Noi, la generazione 2.0 abbiamo sostituito Dio con l’ossessione del bio

18 Ottobre 2016

Marino Niola analizza “Il presente in poche parole” tra mode, paure, manie e personaggi bizzarri

di ALESSANDRO MEZZENA LONA

Satana fa meno paura dei rotoli di ciccia, in questo terzo millennio. E allora è tempo che i nuovi inquisitori si attrezzino. Come la californiana Mary Ascension Saulnier, che ha inventato l’esorcismo contro il grasso. Lei, che dice di poter entrare in contatto con le membrane cellulari e scacciarle, ordina alla trippa in eccesso di abbandonare il corpo dei suoi clienti. Con voce tonante, come faceva Padre Merrin nell’«Esorcista» per liberare l’indemoniata Regan.

La sconcertante terapia può far sorridere. Ma rivela quanto dura sia la vita, nel mondo 2.0, per demoni e divinità. Perché la religione dello spirito si è fatta sostituire da quella del corpo. Tanto che oggi molti sarebbero disposti a imbarcarsi in una guerra santa solo se vengono messi in discussione diete, programmi di allenamento, suggerimenti su come vivere per sempre giovani. Dal momento che l’io, e il bio, hanno preso il posto di Dio.

Gran burattinaio della mutazione genetica dell’uomo moderno è il web. Che lancia e brucia mode, che scandisce lo scorrere delle nostre giornate, che inventa sogni e ossessioni, personaggi bizzarri, tendenze che durano lo spazio di un «mi piace». E chi non vuole restare chiuso all’angolo a scrutare da lontano come il mondo si evolve deve dotarsi, prima di tutto, di uno strumento di decrittazione della realtà. Come il libro “Il presente in poche parole”, pubblicato da Bompiani (pagg. 223, euro 12). Dove Marino Niola, antropologo della contemporaneità che insegna all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, mette a fuoco le parole che raccontano i feticci dell’oggi. «Viviamo in un mondo che ha troppo di tutto - spiega Marino Niola -. E sa troppo di tutto. La rete ci sommerge letteralmente di informazioni. Fa tracimare su di noi il flusso di notizie. Il risultato finale é che sappiamo tutto, ma non capiamo niente».

Una sorta di nichilismo digitale?

«Un nichilismo che rischia di azzerarci. L’informazione abbonda e invece manca la formazione».

È così che nascono i dubbi?

«Siamo nel tempo della superstizione 2.0. Faccio un esempio: l’eccesso di informazione sulla salute, da un lato porta a diffidare delle fonti ufficiali. E allora siamo disposti a credere al primo mona che in rete racconta come la curcuma ci salverà la vita. Dall’altro ci fidiamo di chi, contro tutte le evidenze scientifiche, va blaterando sulla pericolosità dei vaccini».

Diffidenza dei vaccini nata, peraltro, da un errore del mondo scientifico stesso...

«Tutto è nato da un articolo sciagurato pubblicato da una rivista prestigiosa come “The Lancet”. Incautamente proposto ai lettori, in seguito è stato smentito e ritirato. E credo che l’autore sia stato anche radiato dall’albo dei medici. Ma, purtroppo, la smentita spesso vale come una doppia conferma per chi vede complotti dietro ogni cosa».

Ci stiamo dividendo in tante tribu alimentari. Com’è potuto accadere?

«Le nostre fissazioni sul cibo nascondono paure, incertezze e attese che abbiamo nel campo della salute, del benessere. E anche della bellezza. Siamo in un tempo in cui prevale la religione del corpo e non dell’anima. Non crediamo più in Dio ma nel bio».

E se ci mettiamo pure l’io?

«Ci riduciamo a vivere in una continua altalena, secondo quello che ci detta la tv. Di giorno insegnano a cucinare i piatti più elaborati e gustosi, di sera ci terrorizzano con previsioni apocalittiche. E noi alterniamo l’umore gaudente a quello penitente».

Colpa anche del tramonto della politica?

«La politica non disegna più l’orizzonte delle nostre attese. Delle utopie. Viviamo momenti di grande disincanto e delusione, abbiamo deposto qualsiasi forma di aspettativa sia laica che religiosa. Ci siamo arresi all’esistente. Così, il bene diffuso diventa il corpo, la salute è un capitale. E il cibo rappresenta l’elemento centrale del nostro benessere».

Neanche le religioni se la passano tanto bene...

«Se a Dio sostituiamo l’io e il bio, tutto torna. I satanisti che chiedono, in America, di essere riconosciuti come religione ufficiale sono simili a chi compra la bistecca di soia. Certe forme profonde del nostro immaginario sono potenti. Abbiamo bisogno di contraffare la carne. E continuiamo a chiamare hamburger anche quelli fatti con il tofu, così come vogliamo portare sull’altare Satana al posto di Dio».

La realtà che cambia chiede parole nuove?

«Le parole devono adeguarsi ai nuovi significati. Agli slittamenti del senso. Per dare conto di quello che succede».

Ma la lingua non rischia di smarrire se stessa?

«Siamo costretti a tendere la lingua che parliamo come fosse un arco. E spesso ci mancano le parole. L’eccesso di anglicismi, che oggi alcuni deplorano, deriva anche da questa esigenza. Dal fatto, cioè, che certi termini stranieri sono una vera e propria scorciatoia verbale. Consentono di catturare un nucleo di significati che altrimenti, in italiano, ci costringerebbero a usare una perifrasi».

Non abbiamo tempo da perdere...

«Dobbiamo comunicare in fretta. La comunicazione accorcia le parole. E allora vanno benissimo formule icastiche come haiku, tweet. Che ricordano la stenografia. La nostra scrittura stessa sta diventando stenografia digitale».

Tutti scrivono, proliferano le fotografie...

«La rete scatena la proliferazione di parole e immagini. Ciascuno di noi è fruitore e, al tempo stesso, produttore. Adesso tutti scrivono, tutti scattano foto. Pullulano chat, forum. Fioriscono blog che spesso non vengono letti nemmeno dai parenti dell’autore. Se si cerca un contenuto è difficile trovarlo, ma tutti esprimono opinioni su tutto».

Sono i 15 minuti di celebrità teorizzati da Andy Warhol?

«La rete costruisce, impone questo protagonismo, questo presenzialismo. Una volta nessuno avrebbe preso in considerazione certe persone. Giustamente. Oggi, in qualche modo, ci costringono a occuparci di loro. Se non altro quando dobbiamo liberare la nostra memoria dai loro interventi».

Dopo il cibo, anche le previsioni meteo diventano compulsive?

«C’è un’offerta di previsioni meteo che risponde, anche in questo caso, alla nostra incertezza. Il tempo diventa un catalizzatore delle nostre giornate. Già Platone diceva che il meteo è un po’ come l’oroscopo: rappresenta un modo per estorcere informazioni al cielo. E rendere terrestre la speranza del sole».

Quasi un genere letterario?

«Assomiglia alle definizioni sibilline degli oroscopi. E al tempo stesso ammanta di scientificità, di numeri, di statistiche, l’imponderabile. Su certi siti c’è una narrazione dell’andamento del clima, del tempo meteorologico. Il colonnello Edmondo Bernacca dava del tu agli strati cumuliformi. Ed è stato il primo. Adesso i suoi colleghi sono ospiti fissi dei festival letterari».

Non siamo tanto diversi dai nostri antenati preistorici?

«Loro scrutavano il cielo, annusavano l’aria. Noi abbiamo i sensi aumentati grazie ai recettori elettronici. Controlliamo i siti meteo che cambiano in continuazione e fanno crescere l’allarme. Anche se poi, spesso, le previsioni sono sbagliate. Su questo si fonda il mercato più fiorente di oggi: la vendita di raffigurazioni».

alemezlo

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