«Noi, quei militari di leva in missione di pace nell’83»

Gaetano Pavone ha richiamato a Montesilvano 42 dei suoi 120 ex commilitoni: parteciparono alla ferma di quattro mesi sui campi di Sabra e Chatila
PESCARA. «Siamo fortunati, all'estero ci vogliono bene. Secondo me, non ci saranno attentati terroristici qui in Italia perché c'è stata, c'è e sempre ci sarà, una grande differenza tra noi e gli altri». Così parla Gaetano Pavone, di Cappelle sul Tavo, trentadue anni dopo l'avventura militare che ha cambiato per sempre la sua vita, la missione di pace in Libano. Quella del 1983. Ingaggiato nella prima compagnia Invitti ("Gli Invincibili"), agli ordini del generale Franco Angioni, all'indomani della strage di Sabra e Chatila, Pavone è uno dei tanti giovani che partecipò alla forza di interposizione, su mandato Onu, per evitare il ripetersi di stragi ai danni della popolazione palestinese. Missione di pace autentica, come forse mai più ve ne sono state nei decenni successivi. Pavone, oggi 52enne, era uno di quei mille ragazzi che impressionarono il mondo. È sua l’idea di convocare sabato, a Montesilvano, 42 («tutti quelli che sono riuscito a contattare», dice) dei 120 ex commilitoni che vissero con lui i quattro mesi della ferma in Libano.
«Milano, Roma … very good» dicevano i libanesi a ogni angolo di strada. «Sono stato lì l'anno successivo al Mundial di Spagna e ci trattavano come fossimo noi i veri campioni del mondo. Eravamo appena diciannovenni. Tutti militari di leva. Tanto ci volevano bene per il modo in cui ci comportavamo che nella nostra missione ci fu un solo caduto, un marò del Battaglione San Marco, e qualche ferito per pallottole vaganti. Trecento i morti tra gli americani, un’ottantina i francesi. Non è un caso. Io dico che fu la risposta al nostro comportamento impeccabile, sebbene nessuno di noi fosse militare di professione».
Qual era il vostro compito in Libano?
Siamo stati ingaggiati per proteggere Sabra e Chatila. Al nostro arrivo abbiamo visto cose impensabili: morti ammucchiati sulle strade che poi, con le ruspe, gettavano nella fossa comune; il pianto di mamme e donne che andavano a pregare nei luoghi dove erano stati uccisi i loro cari. Noi, poco più che adolescenti, di fronte a questo scenario di morte e devastazione avevamo il compito di controllare, eventualmente disarmare, chiunque entrasse nei villaggi sotto il nostro controllo.
Quanto tempo è durata la sua esperienza di militare in Libano?
Era un incarico a rotazione, Ogni quattro mesi cambiava tutto il contingente, anche perché la permanenza in quelle condizioni era molto pesante. Oltre ai servizi di guardia nei villaggi, che nel mio caso avvenivano sempre di notte, dovevamo addestrarci. Poi passavamo il tempo a riposarci nella tendopoli. In quei mesi, ho visto più film che in tutto il resto della mia vita. Ero arruolato come bersagliere nell'undicesimo Battaglione Caprera.
Ora vi rivedrete a Montesilvano…
Sì, l'appuntamento è con i commilitoni che come me si occupavano del servizio armato, soprattutto assaltatori e fucilieri. Noi eravamo una parte del contingente di Angioni. Gli altri si occupavano di servizi logistici, cucina e altri compiti. Per ogni ferma di quattro mesi erano impegnati un migliaio di militari. Di quei 120 trattenuti nel mio stesso periodo sono riuscito a contattarne 42, che saranno qui sabato a Montesilvano. Passeremo due giorni all’hotel City, a ricordarci i nostri giorni in Libano.
Una missione che le è rimasta nel cuore.
Non posso negarlo. All'epoca guadagnavamo 2mila 300 dollari al mese, ed erano bei soldi. Sarà che ero giovanissimo, ma quando tornai a Cappelle mi sentivo davvero un uomo ricco. Mi ricordo che non appena tornato a casa mi presentai allo sportello della Caripe per cambiare tutti i denari che avevo guadagnato nella missione. Al cambio di duemila lire a dollaro, riportai a casa in tutto sedici milioni di lire. Ci comprai il terreno dove poi ho costruito la mia casa. Il sogno di ogni italiano per me era già coronato a vent'anni.
Come mai decise di non continuare la vita militare?
È il mio più grande rammarico. Mi pregarono di restare ma preferii andare via, forse perché non me la sentivo di continuare a sfidare la sorte. Negli anni seguenti, ho cominciato a lavorare come operaio. Poi però mi sono pentito. E tant'è. Ora almeno sono qui a raccontarla. Ho pregato mio figlio grande di fare l'Accademia, ma la vita militare non è per lui. Ha 24 anni e ora cerca lavoro, come tanti suoi coetanei purtroppo. Ho un altro figlio di 14 anni, spero di riuscire a essere più convincente con lui. Ma sarà difficile.
Altri aneddoti dell'epoca?
Ricordo quando passammo la notte di Natale dentro un bunker, camminavamo strisciando per andare alla mensa militare. Indimenticabile la visita in Libano del presidente Sandro Pertini. Scoprimmo la simpatia e la sua grande schiettezza. Il presidente ci conferì la Croce di guerra, con lui c'era anche il ministro degli Esteri Spadolini. Personaggi politici di altri tempi, ne avessimo oggi di quella caratura. Mi ricordo che Pertini scappava sempre ai controlli e volle a tutti i costi rimanere a pranzo con noi: “Resterò con i miei ragazzi. Voglio vedere che cosa gli date da mangiare”, così rispondeva a chi insisteva per invitarlo alla tavola degli gli alti ufficiali. In dono ci portò spumante e panettone. Era il Natale dell'83».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

