«Non forate il Gran Sasso, si può rompere l’equilibrio»

25 Ottobre 2024

L’ingegner Morelli: «Mettere in sicurezza il sistema idrico con un intervento unitario»

Ingegner Morelli, lei era un ingegnere, che poi è diventato forestale, che poi è diventato il super perito del primo grande processo per inquinamento del Gran Sasso, e che da ventidue anni raccoglie e studia ogni documento che trova sul traforo.
È così. Mi trovai come uno che per svolgere un compito giudiziario capiva di dover affrontare molti altri problemi: geologici, storici, procedurali…. Senza un inquadramento di questo contesto, e senza mettere la testa dentro le carte, di questo enorme problema non si può capire nulla.
Giorgio Morelli, 70 anni, già primo dirigente forestale, nato all’Aquila, laureato in Ingegneria civile, con una tesi sulla sistemazione del suolo. Inoltre, è stato delegato, in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, di svolgere le indagini sullo sversamento dentro il Gran Sasso. Ha coordinato il pool di consulenti durante il procedimento.
Lei in una lettera aperta ha criticato i programmi del Commissario Pierluigi Caputi. Sostiene che i nuovi carotaggi e i lavori che il commissario ha annunciato nella galleria possono essere pericolosi per l’ecosistema del Gran Sasso, le falde e la salute umana. Non si sente un po’ allarmista?
Non ho nulla contro Caputi, il mio punto di vista dipende dall’esperienza e dalle conoscenze che ho maturato in questi anni. Noto che un geologo di fama, esperto indiscusso del territorio come Leo Adamoli, partendo da un punto di vista diverso, giunge alle mie stesse conclusioni.
E allora proviamo a spiegarlo, come se stessimo dando un contributo di idee.
Bene. La prima cosa da dire è che non si capisce quel contesto se non si parte dalla storia di quell’opera, dal mondo pionieristico e incredibile in cui fu realizzata.
Esempio?
Un aneddoto su tutti. Cercavamo una mappa dei canali di deflusso delle acque, i condotti di drenaggio dalle gallerie. Era, ed è, un documento importantissimo, come può immaginare, non se ne trovava traccia da nessuna parte.
E cosa fece?
Colsi l’occasione per andare a trovare, in Veneto, l’ingegner Cesare Antiga, l’uomo che aveva diretto i lavori in galleria. Abitavo a Castefranco, ero molto incuriosito da questo incontro.
Doveva essere già anziano, nel 2002… i lavori erano iniziati nel 1969.
Aveva più di ottant’anni, ma era lucidissimo. Parlammo per ore, poi gli chiesi della mappa. Mi guardo e sorrise: “Non esiste”.
Come come?
Ha capito bene. Mi raccontò che dopo l’incidente un cui l’acqua del Gran Sasso aveva spazzato via e ucciso i quattro operai travolti da un getto a sessanta atmosfere di pressione, le maestranze avevano ripreso a lavorare, scavando sotto getti d’acqua, immersi fino ai pedi, con il livello che saliva di minuto in minuto…
Pazzesco. Oggi sarebbe un rischio inconcepibile.
All’epoca tutte le maestranze, operai e ingegneri andarono avanti: ogni giorno si costruiva la galleria in diretta. Arrivavano esperti da tutto il mondo increduli, per la grandezza dell’opera. Tutti erano animati da un senso di necessità.
E i drenaggi?
L’ingegnere mi disse che funzionava così: quando il livello delle acque saliva, gli scavatori piantavano un tubo in Pvc dove si trovavano, e lo collegavano al canale di deflusso. Sono ancora lì.
Possibile?
L’ingegnere mi guardò e mi disse: “Non c’era tempo e modo per fare altro. L’acqua era ovunque. Abbiamo lavorato nell’acqua”. Il Gran Sasso è stato forato così.
Perché è così importante questo dettaglio sulle acque?
Perché poco dopo scoprimmo che la testimonianza dell’ingegnere era utilissima. Nessuno di loro sapeva che dentro il Gran Sasso c’era un enorme “lago” profondo 600 metri, una falda interconnessa con quasi tutte le fonti d’acqua delle regione.
Chi aveva iniziato i lavori vedeva l’acqua come un problema, un nemico.
E invece poi capirono che era un’acqua minerale millenaria, fossile, purissima, rimasta chiusa nella montagna, che poteva essere una risorsa enorme. E così nacque l’idea geniale di costruire due acquedotti, uno per lato, per alimentare il lato aquilano e il lato teramano. Non sappiamo chi fu il genio, ma da allora il fattore idrici smise di essere un problema e diventò una risorsa.
Così come nacque in corsa l’idea del laboratorio.
Certo. Quella fu una intuizione altrettanto geniale del professor Antonio Zichichi. Schermati dalla roccia della montagna, si potevano studiare i corpi, per la prima volta, senza l’inquinamento di tutte le radiazioni esterne.
Vero.
Ma questo è il primo problema strutturale che si è prodotto: oggi, dentro il Gran Sasso, convivono tre sistemi – viadotto, laboratorio, acquedotti – di cui nessuno aveva, non solo progettato, ma neanche immaginato la presenza.
E qui si arriva al vostro esperimento.
Per noi era vitale capire tutte le connessioni della falda acquifera del Gran Sasso. Così inserimmo un tacciante cromatico, la fluorescina. Ovunque arrivi, colora l’acqua e si rende visibile.
Cosa scopriste?
(Sorriso). Rimanemmo di stucco.
Cioè?
Dopo 24 ore era nelle vasche dell’Aquila. E poi lo ritrovammo nelle fonti di Mescatore e Mescelliere e Isola del Gran Sasso… e ci eravamo fermati a trenta chilometri. Ma poi...
Cosa?
Scoprimmo che dopo un mese erano emerse tracce anche nelle fonti dell’appennino Dauno.
In Puglia!
Esatto. Capimmo allora che il Gran Sasso era il cuore del sistema idrico dell’Appennino. Un polmone, una pompa idrovora.
Il traforo aveva terremotato un equilibrio secolare.
Caspita: il 70% delle fonti di montagna erano state inaridite, prosciugate, o trasferite per effetto degli scavi. La montagna ci ha messo mezzo secolo per ritrovare un equilibrio. Proverò a spiegare perché oggi, turbare questo, ecosistema, significa rischiare moltissimo.
In che senso?
Eventuali fonti di contaminazione possono intercettare la falda e finire nei rubinetti delle case.
Come si può scongiurare questo rischio?
Intanto, bisogna vedere se si trova acqua sicura. Secondo me non si trova nè dalla falda in basso, nè da quella sospesa.
E se invece si trovasse?
Anche in quel caso, va considerato che aumenterebbe in maniera notevole l’emungimento, addirittura raddoppiandolo.
E quindi, quali rischi si correrebbero?
Bisogna fare grande attenzione a non toccare l’equilibrio che si è creato tra Laboratori, autostrada e acquedotto.
D’accordo, ma ora ragioniamo sulle cose da fare. Come muoversi?
Il commissario vuole risolvere il problema dell’acqua intorbidata cercando una nuova fonte, autonoma da quelle esistenti, da captare.
E non va bene?
Proprio per quello che abbiano detto, dei test di interconnessione, io penso che sia impossibile. Dovrebbe essere sempre alimentata - e nessuno può esserne certo – e separata dalle altre. Cosa assai improbabile.
E i carotaggi perché non vanno bene?
Perché se io faccio due buchi i orizzontale su una galleria, e trovo o non trovo l’acqua, non posso stabilire che n mezzo ci sia oppure no e che sia separata perché il sistema idrico da cui proviene è lo stesso.
Ci fa un altro esempio?
Sarebbe come se io avessi dell’acqua torbida in un pizzo e, per risolvere il problema, pensassi a cambiare il secchio.
Allora qual è la soluzione?
Abbiamo due strade.
La prima
Il cosiddetto sommergibile. Consiste nel separare Laboratori e gallerie dall’acquedotto isolandoli in modo stagno con inevitabile chiusura del tunnel per anni. Il costo sarebbe enorme e comunque si romperebbe l’ecosistema di cui abbiamo parlato. E si crea anche un altro problema.
Quale?
Che il commissario delle autostrade, il vero convitato di pietra, Corsini, ha già annunciato che vuole chiudere il tunnel per due anni con ritmi di lavori intensivo. Ventiquattro ore al giorno, in tre turni da otto ore, per 420 giorni. E sempre chiudendo una canna del tunnel.
E non la convince?
No, mi sembra folle, questi lavori dovrebbero essere coordinati con un unico intervento. Duri quel che duri, ma almeno si risolve il problema per sempre, dilazionando nel tempo per non bloccare il traffico un decennio.
Mamma mia, e la seconda possibilità?
Non rompere l’equilibrio. E cioè, estendere al massimo una struttura di monitoraggio capillare nelle gallerie dell’A24, intorno al Laboratorio e nell’acquedotto.
E cosa accadrebbe?
Si potrebbe intervenire tempestivamente, in caso di allarme - sia per intorbidamento, sia per contaminazione delle acque – bloccando subito gli acquedotti per azzerare ogni rischio.
E funzionerebbe?
Abbiamo avuto un solo incidente serio in mezzo secolo, direi che ci si può stare.