«Non vendiamo più nulla Ma dobbiamo lavorare»

Arrivano dal Senegal, dal Bangladesh, dalla Tunisia, ognuno con la sua storia «I permessi? Ce li abbiamo a casa». E c’è chi aspetta il mercatino della stazione
PESCARA. «Dobbiamo lavorare perché abbiamo famiglie e figli da sfamare. Se non ce lo permettono che faremo?». Dicono di essere regolari, di avere tutte le autorizzazioni gli ambulanti, prevalentemente del Senegal e del Bangaldesh, che vendono le loro mercanzie sulle spiagge. Carretti di abiti, palloni, monili, cordoncini colorati per fare le treccine. Ma se chiedi loro di mostrare le licenze comunali, ti rispondono: «Le abbiamo lasciate a casa». Invece, secondo la polizia municipale, le autorizzazioni si portano sempre appresso, da mostrare alle pattuglie di controllo.
«Non ho paura di Salvini, solo di Dio. Eccoli, i permessi» dice Fai, senegalese col cappellone di paglia seduto accanto al suo carretto di abiti colorati a 10-15 euro l’uno. Tira fuori dalla borsa un foglio, lo mostra e lo ricaccia subito in tasca, non facciamo in tempo a dargli uno sguardo. Nel frattempo turisti inglesi gettano uno sguardo sulla merce, ma non comprano nulla. Di colpo, arrivano sulla spiaggia libera tra la Lampara e le Hawaii, altri carrelli stracolmi di vestiti. Sono senegalesi, si mostrano aggressivi davanti ai taccuini: «Cancella le foto che hai fatto, sennò sei in pericolo» è la minaccia, neppure troppo velata.
Adil, tunisino, 3 figli, ex camionista, arriva dalla Sicilia ed è diretto a Bologna dove tra una settimana, dice, «inizierò un lavoro vero. Ma nel frattempo neppure mia moglie sa quello che faccio».
Sikdar Abu, del Bangladesh, è al suo primo giorno di lavoro a Pescara. Arriva da Casalpusterlengo. Così si legge nel documento del comune di Lodi ,dove vive, che custodisce in borsa e che tira fuori con una mano mentre con l’altra protegge la selva di gioielli di bigiotteria e orologi attaccati al braccio.
Dicono di chiamarsi Musà e Frà Gna, ma forse non è vero, due ragazzi senegalesi seduti su una imbarcazione. Accanto le buste di rete stracolme di palloni colorati: «Non abbiamo paura di Salvini, che ci dica come facciamo a vivere se multano i clienti. I permessi ce li abbiamo a casa». Eva, senegalese, fa le treccine a 10 euro: «Io non sono venuta qui con i barconi. Ho fatto un regolare ricongiungimento familiare. Vivo a Montesilvano e di Salvini ho paura». Papa e Assad sono i senegalesi che sperano di riavere il loro mercatino alla stazione: «Ora non vendiamo nulla perché la gente ha paura di comprare». (c.co.)

