Nuove elezioni a Pescara: giusto così, troppe ombre si addensano su quel voto

14 Gennaio 2026

La verità è che questo giudizio non accontenta fino in fondo né la destra né la sinistra. E il primo prezzo lo sta pagando la città

PESCARA. La sentenza del Consiglio di Stato di ieri ha un grande pregio, non è interpretabile: elezioni annullate in ventitré sezioni della città, si rivoterà in quei seggi per il municipio a Pescara. Tutto il risultato, numeri alla mano (in questo giornale vi spieghiamo perché), è di nuovo in discussione: non solo per il sindaco, ma anche per i singoli eletti in tutte le liste. Prima riflessione. La monetina del verdetto finale è stata di nuovo lanciata in aria, ed è ancora sospesa in volo fino ai primi di marzo.

Seconda riflessione: non fate caso alle dichiarazioni ufficiali dei leader e degli schieramenti, che per diversi motivi sono in qualche modo obbligate: la verità è che questo giudizio non accontenta fino in fondo né la destra né la sinistra, ma paradossalmente non ottiene neanche l’effetto contrario, ovvero una bocciatura irrevocabile per una delle tre coalizioni. Non è un mistero, infatti, che l’opposizione sognava un azzeramento totale del primo turno, e un nuovo duello che sarebbe potuto partire anche con un nuovo candidato. Ma è altrettanto vero che anche per il sindaco Masci la prospettiva di rischiare una intera legislatura che sente e vive come sua, per un voto parziale in cui tradizionalmente il centrodestra ha una tradizione di bassa mobilitazione (vedere tutte le elezioni suppletive nei collegi), non è una buona notizia. I primi volevano una sentenza più netta, i secondi una tombatura della disputa, e una derubricazione a mero vizio di forma. Ma questo non era tecnicamente possibile, per l’incredibile mole di dati adulterati nei seggi, per tutto quello che è accaduto e che su questo giornale abbiamo documentato.

Terza riflessione. È come se questa sentenza avesse fotocopiato quello che nei mesi scorsi noi del Centro abbiamo raccontato con dovizia di particolari, numeri dettagli. Ancora una volta questo quotidiano ha avuto ragione, al termine di un’inchiesta che i nostri colleghi Pietro Lambertini e Gianluca Lettieri avevano condotto seggio per seggio, lavorando sui fatti con la carta millimetrata: il voto era stato falsato, bisognava ripeterlo. Lo abbiamo scritto tante volte, e non perché fossimo interessati alle ricadute politiche, ma perché la legalità di un voto è il certificato di salute di una comunità. Un quotidiano di informazione e di opinione opera come una infrastruttura di controllo della democrazia. Avevamo riletto uno per uno i verbali, le sentenze, le testimonianze, e avevamo spiegato perché i conti non tornavano. Oggi il Consiglio di Stato arriva alle stesse conclusioni. Questo non ci può dare soddisfazione, perché non è una buona notizia, ma possiamo dire di aver fatto il nostro lavoro, perché se nessuno avesse raccolto la nostra denuncia ci troveremmo in una situazione peggiore. Ovvero con i signori dei tarocchi ancora nascosti nell’ombra, forti di aver ottenuto un tacito incentivo a ripetersi. Per fortuna non è andata così.

Quarta riflessione. Nei nostri articoli, parlando di quel voto abbiamo usato la parola “tarocco” (per le constatazioni di cui sopra), mai il vocabolo “broglio”. Il motivo è semplice: è ancora in corso una inchiesta della magistratura che si dedica a ciò che il Consiglio di Stato non poteva appurare, perché non è il suo mestiere. E cioè capire se dietro tutti i verbali falsati ci fosse un’unica regia: ovvero una manovra coordinata e organizzata.

Questo nodo decisivo può essere sciolto solo con gli strumenti di inchiesta tradizionali della magistratura e delle forze dell’ordine. Una lunga esperienza ci dice che era impossibile sostenere la tesi di episodi sporadici e casuali: ma per trovare dei responsabili servono delle prove. Dico questo non solo perché un eventuale rinvio a giudizio accrescerebbe in modo esponenziale la gravità dei fatti. Ma anche per chiarire (ai lettori meno esperti) che l’ultima parola su questa vicenda di orrori elettorali sarà possibile dirla solo quando la procura di Pescara avrà finito il suo lavoro. Sappiamo già che avverrà presto. Il primo prezzo di questa giostra lo sta pagando la città, con la giunta costretta anche dal Consiglio di Stato a operare sul confine strettissimo dell’ordinaria amministrazione.

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