Occupazione da segno meno Nuovi dati che preoccupano

L’economista Mauro lancia l’allarme: cala il numero di persone che lavorano
L’Istat ha appena pubblicato due importanti indicatori macroeconomici che riguardano il mercato del lavoro e il commercio con l’estero. Per il 2024, il trend positivo del ciclo economico si è parzialmente interrotto. I dati su occupazione ed export in Abruzzo confermano questa tendenza. Nel confronto con il 2° trimestre del 2023, il numero delle persone che lavorano cala di 3mila unità, con una diminuzione dello 0,7% (Italia +1,4%). Il tasso di occupazione registra una flessione di 0,5 punti percentuali (era al 61%), mentre il tasso di disoccupazione arresta il suo andamento decrescente e oggi segna il 9,6% (era l’8,9%).
Un aspetto va tuttavia sottolineato: tutti gli indicatori presi in considerazione presentano valori alquanto favorevoli rispetto al 2019, periodo pre-crisi: dal numero degli occupati (+2,1%) all’aumento del tasso di occupazione e alla diminuzione delle persone in cerca di lavoro.
LE CAUSE. I fattori che spiegano la situazione descritta possono essere ricondotti alla forte azione restrittiva della Banca Centrale Europea che ha frenato gli investimenti delle imprese e i mutui delle famiglie con conseguente abbassamento della fornitura di credito alle attività economiche, alla recessione della Germania, importante partner di molte imprese abruzzesi, ai forti mutamenti geopolitici e al raddoppio del prezzo dell’energia rispetto agli altri competitor. Ma forse la spiegazione migliore che si collega direttamente a quanto affermato, viene fornita dall’esame dei settori che compongono il mercato del lavoro.
L’industria manifatturiera è quella che subisce la flessione più elevata pari all’8,6%, passando da 111 a 101mila addetti. Dall’altra parte si assiste a una crescita dei servizi dell’1,3% (erano 336mila e oggi sono 341mila unità). Ora, tutti gli attori politici ed economici conoscono la forte incidenza della manifattura sulla crescita economica in generale e quanto possa influenzare tutti gli indicatori macroeconomici di cui si sta discutendo. Questo è il dato strategico che fa riflettere e che spinge verso un’azione politica urgente ed espansiva.
Esprime, cioè, una fase cruciale per l’Abruzzo, di transizione tra una tendenza che porta verso lo sviluppo ed un’altra che potrebbe minare il tessuto industriale.
IL CASO STELLANTIS. Esiste un certo legame, con le dovute differenze, tra il dato sull’occupazione e quello sull’export.
Nell’analisi dell’Istat, le esportazioni a fine giugno in Abruzzo sono pari a 5,2 miliardi di euro, con un aumento rispetto allo stesso periodo 2023 del 2,1% (Italia -1,1%). La Regione conferma la vitalità del suo manifatturiero anche nel confronto con molte altre regioni del Centro-Nord. Questo percorso evolutivo è dovuto alle specializzazioni strategiche presenti in alcuni settori produttivi. Un patrimonio industriale che tocca soprattutto l’automotive e il farmaceutico. Quest’ultimo sta diventando sempre più un motore dello sviluppo regionale (+43,5%), con un’incidenza sul totale esportato del 17,8% che lo colloca al 2° posto nella graduatoria generale.
Il settore si caratterizza per l’alta produttività e competitività, con una filiera che parte dai laboratori di ricerca per toccare produzione, distribuzione e indotto.
Per l’automotive il discorso appare più complesso. Certo, i soli mezzi di trasporto incidono ancora per il 34,4% e svolgono un ruolo strategico per Pil e occupazione, essendo la spina dorsale del modello industriale e dell’intera economia. Ma non c’è certezza circa la volontà di Stellantis di rafforzare e rendere più competitivo il complesso di Atessa. C’è invece una grande contraddizione tra le dichiarazioni accomodanti e rassicuranti del Ceo Carlos Tavares e l’utilizzo ad oltranza della cassa integrazione, tanto da considerare quanto mai opportune e giustificate le preoccupazioni del presidente Marco Marsilio circa le prospettive dell’azienda.
Il ridimensionamento dell’automotive avrebbe conseguenze nefaste sull’intero tessuto economico, colpendo fattori ritenuti essenziali per lo sviluppo della Regione. Si pensi agli investimenti in ricerca e sviluppo, alle relazioni con le imprese locali, alla competitività del territorio e all’intero percorso innovativo.
LA RICETTA. C’è un grande dibattito a livello nazionale sul futuro dell’automotive. Sta emergendo la consapevolezza che la transizione verso l’elettrico entro i tempi previsti dall’Unione Europea (2035) è un fenomeno complicato che può comportare ricadute pesanti nell’industria della componentistica. È un processo che richiede grandi investimenti, che non può essere realizzato a scapito delle imprese, oppure imponendo dazi sulle importazioni che possono dare luogo a ritorsioni ancora più pesanti, conducendo a un calo delle esportazioni, a un aumento dei prezzi ed a incertezza sui mercati.
Il mondo imprenditoriale ha invece bisogno di mercati aperti, di scoprire nuovi mercati di sbocco e di approvvigionamento e, soprattutto, di far crescere le filiere produttive. Se da un lato la decarbonizzazione può essere considerata una giusta ambizione, dall’altro lato occorre realismo e concretezza, che poi significa l’utilizzo da parte dell’Europa di uno schema di intervento del tipo Next Generation Ue, già esperimentato con successo durante la pandemia. Non occorre un approccio ideologico, dunque, che impone oneri alle imprese e che indebolisce l’industria, ma un grande piano di investimenti per coniugare sostenibilità e competitività. Sono temi rilevanti e di grande spessore. C’è bisogno di un’Europa più consapevole e attenta ai fenomeni della crescita e della competitività piuttosto che ad una gigantesca e spesso inutile normativa.
Si tratta di sfide difficili che conducono a un duplice pensiero. Il primo è che il dibattito in Europa non si limiti a considerare esclusivamente al rapporto debito/Pil; il secondo è che il confronto politico in Abruzzo non debba essere chiuso entro in confini del quotidiano o su temi irrilevanti per lo sviluppo.
* economista

