Oggi l’interrogatorio del figlio del capo

8 Settembre 2015

A Chieti la “passerella” dei 5 indagati agli arresti domiciliari: dal gip anche collaboratori e prestanomi

PESCARA. «Uno stretto collaboratore del padre, che esercitava le sue funzioni in caso di assenza e ne era una diretta, fidata e pericolosa emanazione». Così il gip definisce Marco Mattucci, 37 anni, di Montesilvano, figlio di Mauro, 59enne, entrambi arrestati la scorsa settimana, insieme a altre sei persone, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla bancarotta fraudolenta.

Questa mattina, a Chieti, sono previsti gli interrogatori dei cinque indagati finiti agli arresti domiciliari, a partire da Marco Mattucci che, per il gip, aveva «lo stesso carisma» del padre e disponibilità economiche, oltre a conoscere «il funzionamento dell’associazione». Per l’accusa era «una pedina vincente», in grado di «sostituire il padre nella conduzione dei sodali» laddove l'imprenditore fosse venuto a «mancare in caso di arresto». Marco viene considerato non solo «sostituto e figlio di Mauro Mattucci» ma anche «figlio dell’associazione a delinquere» e «pericoloso strumento di recidivanza delle attività del padre» in cui appariva «pienamente partecipe e fidato esecutore».

A fianco a Mauro Mattucci, considerato a capo di una struttura piramidale, c'erano Giuliano Capurri e Antonio Gentile, anche loro in carcere dal 2 settembre, che sono stati interrogati nei giorni scorsi e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, come il principale indagato. I due sono ritenuti «gli organizzatori, i diretti referenti quali fiduciari per la realizzazione degli interessi di Mattucci e dell’associazione in generale, potenziali perpetuatori dell'attività condotta dalla squadra».

Oggi saranno ascoltati anche Nando Di Luca, altro stretto collaboratore di Mattucci, e Vincenzo Misso, «prestanome di professione» nelle operazioni portate avanti dall'organizzazione che si occupava di rilevare società in crisi di liquidità, di svuotarle dei loro beni e di condurle al fallimento, in alcuni casi trasferendo le sedi all’estero. Lo strumento era quello delle fatture false, che ammonterebbero a 13 milioni di euro. Fissati per stamani anche gli interrogatori di Carla Cameli e Valerie Lighezolo che, per l’accusa, avevano il ruolo di esecutrici materiali.

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