Olena, la campionessa piange per i cari bloccati dalle bombe

Il dramma della nazionale azzurra di boxe, del calciatore Andriy e della nuotatrice Olesea
Il telefono di Olena squilla a vuoto. Proviamo a contattarla da diverse ore, ma quando ci risponde capiamo subito che la sua vita non è più la stessa da quando è scoppiata la guerra nella sua Ucraina: dopo pochi secondi dall’inizio della telefonata, la fuoriclasse del pugilato, che vive a Capistrello dal 2005, non ha più la forza di raccontare i suoi sentimenti e scoppia in lacrime. Olena Savchuk ha 26 anni, è arrivata in Italia con la madre quando ne aveva 10 e, dopo aver ottenuto la cittadinanza e vinto diversi titoli italiani, è diventata un pilastro della nazionale azzurra, e ora per allenarsi fa la spola tra Civitella Roveto (dove ha cominciato a salire sul ring, agli ordini del maestro Giuseppe Sauli) e il centro tecnico federale di Assisi.
Ma di fronte all’eco delle bombe russe su Kiev, persino i suoi montanti, letali per qualsiasi avversario, diventano impotenti. «È una situazione indescrivibile», spiega Olena con la voce rotta dalle lacrime, «vivo tra lo choc e l’ansia da quando l’Ucraina è stata invasa. Sto cercando di rimanere concentrata e di allenarmi come sempre, ma faccio fatica a dormire». Poi l’emozione prende il sopravvento e Olena torna a parlare solo quando proietta la mente più avanti nel tempo, in un futuro che potrebbe vederla tra i protagonisti delle prossime Olimpiadi di Parigi nel 2024.
Lo sport sotto le bombe
L’eco delle esplosioni di Kiev sta stritolando tutto il mondo dello sport. Gli atleti di origine ucraina, che hanno messo radici in Abruzzo, tengono il fiato sospeso per amici e parenti ancora in patria, ormai aggrappati solo al filo della speranza. Olena Savchuk è in ansia per il fratello di sua madre e per i mariti delle sue zie: la campionessa ha già potuto riabbracciare alcuni parenti, tra cui il suo nipotino di 9 anni, già fuggiti da Ostropol, piccola cittadina a 400 km da Kiev. Ma i maschi della sua famiglia non hanno potuto attraversare la frontiera: devono restare lì, per dare una mano e combattere nell’esercito ucraino. Anche Andriy Solomakha, calciatore ucraino capitano del San Gregorio, non vede l’ora di riabbracciare sua sorella Ludmila, mentre Olesea Vaculencic, 47 anni, stella del nuoto pescarese, è in ansia per le amiche di una vita che si trovano sotto le bombe di Kiev. L’invasione russa ha stravolto le vite di tutti gli atleti: in Ucraina lo sport non esiste più, ma anche per i campioni arrivati in Abruzzo è diventato difficile concentrarsi sugli allenamenti. La mente fa tappa altrove: viaggia lontano, verso Est, dove le grida di dolore di parenti e amici sono lancinanti.
Il calciatore
e la nuotatrice
Andriy Solomakha ha 36 anni, ma è in Abruzzo da una vita e guida la difesa del San Gregorio, squadra di calcio terza in classifica nel girone aquilano del campionato di Promozione. Ma non sono giorni facili per il roccioso difensore che vive a Barisciano e lavora in un’impresa edile. «Sono in Abruzzo con mia madre da 20 anni», spiega Solomakha, «ma in Ucraina ci sono tanti miei parenti: c’è mia sorella col fidanzato e i miei nipotini. Si trovano in una piccola cittadina a 100 chilometri da Kiev». Da quelle parti le sirene suonano in continuazione e i rifugi sotterranei sono l’unica speranza di salvezza. «La loro città non è stata ancora devastata dai bombardamenti», spiega Andryi, «ma lì vicino, nei giorni scorsi, è stato abbattuto un drone russo e sono stati ritrovati anche dei resti di alcuni aerei distrutti». E per Andryi, ora, scendere in campo diventa sempre più difficile.
«I miei compagni di squadra mi stanno facendo sentire la loro vicinanza ed è molto importante per me, che posso solo sperare nella pace».
Nei pensieri di Solomakha, però, l’idea di arrivare ai confini dell’Ucraina per salvare sua sorella è molto più di una suggestione. «Parlo con lei tutti i giorni ma l’idea di non poter far nulla mi distrugge. Mia madre piange in continuazione: abbiamo anche pensato di arrivare alla frontiera e aspettarli, ma per raggiungere il confine dovrebbero percorrere almeno 650 km a piedi e le strade sono diventate pericolose. Si sentono più al sicuro nel loro rifugio e inoltre il suo fidanzato non potrebbe partire: deve essere reperibile nel caso servisse un aiuto per combattere».
Anche Olesea Vaculencic, tesserata con la Swim Team Abruzzo, vive ad Ortona da 11 anni ma suo padre ha origini ucraine e una sua amica storica si trova sotto le bombe di Kiev. «Questa guerra si combatte da 8 anni, non è iniziata oggi», dice Olesea, riferendosi al conflitto civile ucraino scoppiato nella regione del Donbass nel 2014, «ma spero che finisca presto. Non possono esserci né vinti né vincitori, ma solo morte e sofferenza».

