«Oltre trecento casi dal Dopoguerra»

Parla il criminologo Delli Compagni: ecco cosa può aver scatenato un episodio simile
TERAMO. «Episodi di questo tipo sono in aumento: dal Dopoguerra a oggi in Italia sono stati registrati 300 casi. Sono tanti, tenuto conto che da questo numero sono tenuti fuori i casi di omicidio-suicidio che riguardano coppie»: così il criminologo Enrico Delli Compagni inquadra la tragedia che ha mandato in pezzi la famiglia Vicentini.
Dottore, come maturano tragedie del genere?
«Non conosciamo ovviamente tutti gli aspetti di questa vicenda specifica, ma chi compie atti simili è in genere una persona che cova dentro di sé un importante disagio psichico nell’orbita della depressione, che è sotterranea e non evidente. Ciò che si genera nel soggetto omicida-suicida in casi di cosiddetto suicidio allargato, come questo, è la triade negativa cognitiva di sé, del mondo e del futuro. Nel caso in questione, possiamo pensare al recente pensionamento del dottor Vicentini, che può aver vissuto questa nuova situazione come negativa; a ciò si aggiunge l’invalidità del figlio che ha coinvolto il mondo famigliare a tutto tondo; e infine l’incertezza per il futuro con la necessità di revisionarlo alla luce proprio dei due aspetti precedenti detti».
Di questa dolorosa vicenda colpisce profondamente anche il fatto che il dottor Vicentini abbia speso la sua vita per gli altri: alla professione medica ha sempre accompagnato una forte sensibilità verso i pazienti. Ma come può un’esistenza simile, votata al servizio del prossimo, culminare in maniera così violenta e inaspettata?
«Spesso chi aiuta gli altri si scherma dietro a una vera e propria armatura: il lavoro infatti diventa un’armatura importante e chi la indossa fa fatica a chiedere aiuto. Il setting lavorativo ci protegge in qualche modo, ci fa sentire importanti in quello che facciamo, specie se è rivolto agli altri. Questo crea una schermatura che ci protegge anche per lunghissimo tempo, ma nel contempo però non ci permette di vedere quello che abbiamo dentro e di conseguenza non ci mette nelle condizioni di chiedere aiuto. Col pensionamento, o più in generale col distacco dall’attività professionale, questa armatura può venir meno. Purtroppo il tempo di latenza che subentra inganna. Mi spiego meglio. Quando il soggetto ha deciso di togliersi la vita e toglierla anche ai familiari, può vivere un periodo di normalità, quasi di serenità. Spesso si sottolinea come l’autore di gesti estremi fosse apparentemente tranquillo nei giorni antecedenti. Quello è il periodo appunto di latenza: quando la decisione è presa si entra in una fase che appare serena, perché il soggetto dentro di sé ha già definito come agire».
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