Oma, la rabbia degli operai in piazza: fateci lavorare

5 Novembre 2019

Sindacati ricevuti dal prefetto che scrive al tribunale, al Mise e alla Regione I dipendenti dell’azienda di Castiglione: «Abbiamo bollette e mutui da pagare» 

PESCARA. Ingannati, delusi, frustrati. Gli operai dell’alta Val Pescara che ieri mattina sono scesi davanti alla prefettura per manifestare contro il dichiarato fallimento della Oma si sentono traditi. Tradita la speranza, che finora sembra essere stata solo un’illusione: quella di continuare a lavorare, e soprattutto a riscuotere uno stipendio. L’unica soluzione per continuare a garantire un reddito a 340 famiglie è revocare il fallimento, e avviare l’esercizio provvisorio.
Gli operai ci sperano come avevano fatto fino alla settimana scorsa, e si appellano ora al prefetto Gerardina Basilicata. Dopo il presidio in piazza, il prefetto ha incontrato i rappresentanti di Fim-Cisl e Fiom-Cgil, Dorato Di Camillo e Andrea De Lutis, alla presenza di diversi amministratori del territorio, tra cui i sindaci Davide Morante di Salle, Gianmarco Alfredo Marsili di Castiglione a Casauria, Francesco Del Biondo di Pietranico e Guido Di Bartolomeo di Bolognano, e i consiglieri regionali Antonio Blasioli (Pd) e Guerino Testa (Fdi).
Si confida ora nelle pressioni di politica e istituzioni. Il prefetto ha scritto al tribunale, al Mise e al presidente della Regione Marco Marsilio. Con un fronte ampio ci si augura che torni sui suoi passi il curatore fallimentare, Roberto Costantini, che la scorsa settimana ha dichiarato il fallimento e sospeso l’attività della Oma. Per questo una cinquantina di operai hanno manifestato davanti alla prefettura in rappresentanza dei 340 lavoratori, che portano avanti una battaglia che è di tutto il territorio. Delle famiglie innanzitutto, ma anche di una vasta porzione della Val Pescara nella quale gli stipendi dei metalmeccanici creano indotto, e quindi altro lavoro.
«Non siamo scesi in piazza per manifestare contro la decisione del tribunale», spiega Di Camillo della Fim-Cisl, «ma per sollecitare la prefettura, affinché stimoli il tribunale a rivedere la decisione sul fallimento: ci sono commesse fino a marzo, e forse la possibilità di averne di maggiori, per fare in modo che a Bussi si continui a lavorare».
«L’esercizio provvisorio era la soluzione migliore», sottolinea Luigi Moscone, rappresentante sindacale Fim, «bisognava tenere presente gli aspetti sociali, oltre a quelli esclusivamente economici e aziendali». Tra gli operai radunati ieri davanti alla prefettura il sentimento prevalente iniziava ad essere il pessimismo, perché ci si aspettava tutt’altro: «Io ho sempre voluto essere ottimista», si rammarica Paolo, un operaio di Bolognano che lavora da 11 anni alla Oma, «ma dopo quello che è successo forse inizio a non crederci più. Eppure la soluzione sembrava così semplice: il lavoro c’è, bastava andare avanti ancora tre o quattro mesi, lasciando intatta la possibilità di trovare un compratore».
Questo è l’obiettivo dei lavoratori: una nuova proprietà che porti avanti la Oma. «A un nuovo compratore bisogna offrire le maestranze, non solo la fabbrica», insiste Matteo, di Torre de’ Passeri che da 12 anni è alla Oma, «perché proprio le maestranze sono la grande risorsa dell’azienda: ci sono operai specializzati che non si trovano facilmente, e senza di loro l’azienda perde valore ed è meno appetibile. Abbiamo lavorato fino all’ultimo, convinti che, pur in una situazione difficile, la cosa potesse andare per il meglio», continua Matteo, «alle 5 di pomeriggio però sono venuti a dirci che era stato dichiarato il fallimento: se volevamo rimanere potevamo rimanere... Ma a fare cosa? Il giorno dopo comunque non si lavorava, e oggi non abbiamo alcuna certezza sullo stipendio di ottobre, né su quote di tredicesima e tfr».
L’amarezza è tanta fra gli operai. Il ritornello ricorrente tra i manifestanti in piazza Italia è fare presto: «Noi domani dobbiamo andare a fare la spesa, abbiamo bollette e mutui da pagare, c’è chi ha i figli all’università», dicono in coro, «ogni giorno che passa la situazione si aggrava, anche perché c’è chi comincia a lasciare: chi può in questa situazione di incertezza se ne va, e senza maestranza esperte quest’azienda non ha lo stesso valore».
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