Omicidio Neri, c’è un teste La pista è il debito di droga

3 Marzo 2021

I carabinieri del Ros al lavoro nella caserma di Montesilvano: clima di massimo riserbo Nel mirino la microcriminalità pescarese. Spuntano i nomi di un calabrese e di un chietino

PESCARA. Tre anni fa, il 5 marzo del 2018, Alessandro Neri, 28 anni, veniva ucciso a colpi di pistola e abbandonato in una zona di campagna di Fosso Vallelunga: un delitto che resta ancora senza un responsabile.
Tre anni di indagini non hanno ancora portato a una svolta, all’individuazione di elementi che non siano soltanto indiziari. Per la procura di Pescara, il fascicolo è ancora aperto e le indagini in corso: vale a dire, non abbiamo archiviato perché si sta ancora lavorando sul caso.
Indagini che da qualche mese sono passate nelle mani dei carabinieri del Ros che stanno operando nel più assoluto riserbo, nella caserma di Montesilvano, diventata il loro quartier generale. Hanno ricevuto una sorta di passaggio di consegne dal colonnello Massimiliano Di Pietro che, prima del suo trasferimento ad Ancona, con i suoi uomini stava seguendo una pista precisa, legata molto probabilmente alla droga e ai soldi. Il giorno del delitto Alessandro aveva un appuntamento, forse con un suo fornitore, ed aveva con sé 10 mila euro in contanti. Il contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio dovrebbe essere quello della microcriminalità pescarese, dello spaccio di stupefacenti di medio e basso livello del quale anche Neri avrebbe fatto parte, stando almeno alle intercettazioni esaminate durante le indagini.
E sembra che proprio seguendo questa pista gli investigatori abbiano individuato un filo conduttore. Ultimamente, qualche mese fa, da una di queste operazioni sullo spaccio, gli investigatori sarebbero arrivati a un personaggio che custodiva qualche segreto legato all'omicidio di Neri. Sembra che l’uomo abbia fornito qualche utile elemento e fatto anche dei nomi: di un calabrese e di un chietino. Tanto che si vociferava di una possibile protezione di questo testimone.
Resta poi sempre in piedi la pista relativa alla Opel Meriva bruciata nella notte tra il 5 e il 6 marzo, poche ore dopo l’omicidio. Un’auto finita dallo sfasciacarrozze e poi sotto la pressa: inservibile per le indagini, se non fosse stato per uno pneumatico la cui impronta corrisponderebbe a quella trovata sul luogo del delitto.
Una fine, quella di Alessandro, che forse non era stata programmata dal suo assassino. La vittima, forse per una partita di droga non saldata, doveva subire magari un avvertimento forte, pistola alla mano. E complice l’uso di qualche sostanza da parte dei suoi assassini, potrebbe essere accaduto l'irreparabile: un colpo partito forse inavvertitamente che prese Alessandro a un fianco. L’imprevisto che ha trasformato quella lezione da impartire a Neri in un tentato omicidio. E che potrebbe aver indotto il suo assassino a sparargli un colpo decisivo alla testa per poi sparire. Per il momento, comunque, nonostante le lunghe e meticolose indagini, il pm Luca Sciarretta non è ancora arrivato al punto di iniziare a scrivere una misura cautelare nei confronti del presunto assassino di Alessandro, “Nerino” come lo chiamavano gli amici.
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