Omicidio Pavone Il giorno della sentenza

11 Ottobre 2017

Il pg della Corte d’appello contesta anche la premeditazione: «Gagliardi cercò su internet notizie sull’arma, voleva uccidere il marito della sua amante»

PESCARA . È il giorno della sentenza in Cassazione, chiamata in causa dal procuratore generale della Corte d’appello dell’Aquila, Romolo Como, per cancellare il verdetto d’appello che nel 2016 ha ridotto da 30 a 19 anni la pena inflitta a Vincenzo Gagliardi, dipendente postale condannato per l’omicidio dell’ingegnere informatico Carlo Pavone. Era il 30 ottobre del 2013 quando l’ingegnere, dopo cena, scese in cortile per gettare la spazzatura.
Al buio fu raggiunto in volto da un proiettile calibro 9 sparato da un fucile Flobert. A trovarlo, verso le 21,15, dietro il cassonetto, fu un passante che aveva sentito dei lamenti. «Sentivo come dei rantoli», disse il testimone. «Ho chiamato un amico che abita lì di fronte e insieme abbiamo visto un leggero movimento, capendo che si trattava di una persona. Abbiamo subito chiamato i carabinieri. In un primo momento non vedevamo sangue, era buio e non si vedeva niente. Abbiamo pensato a un barbone, dato che si sentiva una sorta di rantolo, come una persona che russava. Poi, all'arrivo dei soccorritori è scesa anche la moglie di Pavone. La donna ha raccontato che il marito era andato a buttare la spazzatura e che, non vedendolo risalire, lo stava chiamando da diversi minuti».
Pavone morì un anno dopo, senza aver mai riaperto gli occhi. Nel frattempo le indagini affidate ai carabinieri portarono all’individuazione di Gagliardi, che fu arrestato, giudicato e condannato a 30 anni per omicidio premeditato. Disse di aver avuto una relazione con la moglie dell’ingegnere, ma negò di aver premuto il grilletto.
L’anno scorso la Corte d’appello non ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione, e ha rideterminato la pena in 19 anni. Ed è proprio quella sentenza che il procuratore Como vuole annullare, spiegando i motivi.
«La Corte di assise d’appello», si legge nella prima parte del ricorso di Como, «dopo aver diffusamente motivato sull’accertamento di circostanze significative della volontà omicida, come la lunga ricerca informatica su armi di facile reperibilità ma ad effetto letale, e la presenza del Gagliardi sotto casa della vittima con il fucile già in auto e pronto all’uso, ha poi ritenuto in poche righe di poter escludere l’aggravante della premeditazione».
A motivo della mancanza di premeditazione la Corte d’appello ha citato una precedente sentenza della Cassazione, che secondo il dottor Como, invece, non poteva essere presa in considerazione a causa «della diversità fattuale della dinamica criminosa in oggetto».
Nel caso in esame, sottolinea Como, «i giudici aquilani hanno dovuto sottolineare il carattere fortemente significativo della distanza temporale» tra l’omicidio, compiuto il 30 settembre 2013, «e le precedenti ricerche via web eseguite da Gagliardi e volte al reperimento dell’arma». Ricerche che, secondo il procuratore della Corte d’appello, si erano intensificate a partire dal mese di luglio. Il 9 settembre «l’imputato chiedeva testualmente alla rete a quale distanza potesse essere fatale un colpo sparato da un Flobert calibro 9. A ciò si aggiunga poi la circostanza che nelle due settimane antecedenti l’omicidio, come anche nello stesso giorno, Gagliardi fosse stato in ferie. L’assenza ripetuta dal lavoro», aggiunge ancora il procuratore Como, «nelle settimane a ridosso dell’episodio criminoso, come anche lo stesso giorno in cui si è consumata la tragedia, la dice lunga sull’ostinazione omicida dell’imputato».
Un’altra differenza sostanziale tra il precedente giurisprudenziale, in base al quale la Corte d’appello ha escluso la premeditazione, si legge ancora nel ricorso, è nell’arma utilizzata per compiere i due delitti. Nel primo caso si trattò di un oggetto contundente presente sulla scena del crimine.
Nell’omicidio Pavone, invece, «seppure l’arma del delitto non sia mai stata fisicamente rinvenuta, l’esame balistico eseguito sulla pallottola calibro 9 che ha attinto mortalmente la vittima, è valso a indicare come la stessa fosse un fucile Flobert, del tipo di quelli ricercati dall’imputato nei mesi precedenti il tragico evento.
Circostanza», incalza il procuratore generale, «che dimostra in maniera univoca che Gagliardi si era portato sul luogo del delitto già munito dell’arma, in precedenza ricercata».
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