Operato alla mandibola l’agente preso a pugni
Aggressione in carcere, prognosi di un mese. Il sindacato: «Dobbiamo badare a 60 reclusi a testa»
PESCARA. Migliorano le condizioni del sovrintendente della polizia giudiziaria aggredito sabato pomeriggio nel carcere di San Donato dal pugile Emanuel Zuanel. Il delicato intervento alla mandibola, eseguito dai medici dell'ospedale civile specializzati in chirurgia maxillofacciale diretti da Giuliano Ascani, è perfettamente riuscito. La prognosi è di 30 giorni, ma l'agente a causa del trauma subito non riesce ancora ad articolare le parole ed è costretto ad alimentarsi con dei liquidi. In attesa di chiarire le dinamiche dell'accaduto e di far luce sulle condizioni di sicurezza all'interno della casa circondariale, nella mattinata di ieri il direttore del penitenziario Franco Pettinelli e il sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli hanno fatto visita alla vittima, esprimendo la solidarietà delle istituzioni per l'aggressione subita sul luogo di lavoro. Come rilevano i rappresentanti sindacali del Sappe, quello di sabato pomeriggio è il quarto caso analogo perpetrato nel carcere di San Donato nel giro di un anno. Qualche settimana fa, un altro agente di polizia penitenziaria è finito in ospedale con la testa rotta dopo che un detenuto con problemi psichiatrici gli ha scagliato contro uno sgabello. Si calcola che dei circa 150 agenti in pianta organica, rispetto a una popolazione carceraria di 300 unità, 30 sono distaccati da altri istituti e una parte di loro è impiegata in mansioni da ufficio. «Il parametro non è un agente in servizio ogni due detenuti», rileva l'ispettore capo Giuseppe D'Amelio, «ma spesso tra divisioni su quattro turni e altri incarichi ricoperti si arriva addirittura a un agente ogni 60/70 reclusi. Lavoriamo in condizioni di stress costanti poiché siamo sotto organico, quotidianamente costretti a prolungare i turni di servizio fino a 12 ore per far fronte alla carenza di personale. Al momento dell'aggressione il sovrintendente non avrebbe dovuto nemmeno essere lì, poiché il suo turno di lavoro era terminato e gli era stato chiesto di effettuare uno straordinario». Il problema dell'insufficienza di personale è legato a stretto giro con quello della sicurezza. Il sovrintendente è stato colpito da un pugno alla mandibola mentre era responsabile della vigilanza dinamica del padiglione del reparto giudiziario dove i detenuti possono circolare liberamente dalle 8,30 alle 18,30 per poi rientrare in cella. «Come sindacato», aggiunge D'Amelio, «contestiamo anche questo modello di carcere in regime aperto. Riteniamo che questa misura possa funzionare soltanto se c'è un numero adeguato di agenti addetti al controllo dei detenuti. In caso contrario è un cane che si morde la coda, poiché non solo noi poliziotti non siamo in grado di garantire la sicurezza dei detenuti, ma siamo noi stessi esposti a rischi».
A Pescara, secondo il sindacato, le difficoltà maggiori sono iniziate dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. A San Donato è stata istituita una sezione speciale che ospita sette detenuti con problemi mentali, ma mescolati alla popolazione carceraria ci sono altri soggetti ritenuti a rischio. «Non è il delinquente comune che fa più paura», rileva D'Amelio, «ma riuscire a contenere la rabbia di questi soggetti. Le aggressioni fortunatamente non si verificano spesso, ma perché siamo noi agenti che cerchiamo sempre di risolvere i diverbi portando i detenuti a ragionare. Noi non siamo solo poliziotti, ma anche psicologi, educatori e talvolta preti: dobbiamo modellare la nostra personalità a seconda dell'umore di chi abbiamo di fronte. E non sempre ci riusciamo».

