Ora i dossier economici rischiano di fermarsi

Con il cambio di governo l’Abruzzo perde riferimenti importanti a Palazzo Chigi da De Vincenti a Delrio. In ballo Masterplan, riforma portuale, piano industriale
PESCARA. Un’agenda sconvolta. Appuntamenti da ridefinire, dossier da riaprire, programmi da ritoccare. Soprattutto la rubrica telefonica da rinnovare. La vittoria del No al referendum del 4 dicembre è un’incognita per il presidente della Regione Luciano D’Alfonso e per i suoi assessori. Altera la rete di relazioni costruita in oltre due anni di esecutivo. Chiude strade già aperte. Rimette in discussione progetti avviati, poiché, dopo il via del Parlamento alla manovra venerdì e le successive dimissioni del premier Matteo Renzi, cambia lo scenario nazionale su cui finora si è mosso tanto agevolmente il governatore.
Da venerdì le strade e le piazze romane saranno le stesse, ma cambieranno gli interlocutori. Cosa potrà rispondere un premier tecnico alle sollecitazioni del governatore? E quale ascolto troverà in un futuro governo che difficilmente D’Alfonso potrà prendere, non solo figurativamente, a braccetto? «Ora sarà il presidente Mattarella a tracciare il percorso istituzionale da seguire», ha scritto il governatore in una sofferta nota diffusa all’indomani del voto.
Probabilmente non ci sarà più l’interlocutore chiave di D’Alfonso a Roma: il sottosegretario Claudio De Vincenti che in campagna elettorale si è fatto vedere due volte in Abruzzo. La prima il 20 novembre per la presentazione dei progetti finanziati dal Masteplan nella provincia di Chieti. la seconda volta a Pescara il 26 novembre per la presentazione della Carta di Pescara, il patto tra Regione e imprese ecosostenibili, per il quale il sottosegretario ha avuto parole di grande elogio, promettendo di farne un modello per le altre Regioni e per sino per l’Europa. «Una sfida da giocare insieme, da vincere insieme», aveva detto De Vincenti.
Ma ora? Sul Patto, una creatura più che di D’Alfonso, del vicepresidente e assessore alle Attività produttive Giovanni Lolli, la Regione ha puntato molto per rilanciare l’industria abruzzese. Vedremo se la giunta avrà la stessa forza senza l’attuale interlocutore a palazzo Chigi, visto che la Carta tocca elementi sensibili come il sistema degli incentivi e delle premialità per i bandi europei.
Stesso discorso per il Masterplan. L’agenda è complessa, perché impegna molte risorse, quasi un miliardo e mezzo su un arco di sette anni. La sua attuazione avrebbe certamente scavallato il governo attuale. Ma mettere in pista il Masterplan con un cambio così repentino di governance nazionale non sarà facile.
Ieri D’Alfonso ha riunito all’ex Aurum di Pescara tutti i 77 soggetti attuatori dei progetti del Masterplan invitandoli perentoriamente a «uccidere il fattore ritardo», nella pubblicazione delle gare. «Occorre superare la logica duale Regione-Soggetti attuatori» ha evidenziato il presidente «attraverso un patto collaborativo che dovrà vedere gli uffici ed i funzionari della Regione moltiplicare le forze, ad esempio, per favorire il completamento degli adempimenti burocratici da parte degli enti attuatori ed evitare di assumere atteggiamenti di chiusura o di melina. Questo varrà, a maggior ragione», ha proseguito «nella fase in cui sarà coinvolta l'impresa contraente ed è un modus operandi cui dovranno uniformarsi tutti i soggetti della filiera della Pubblica amministrazione. Ciascuno dovrà essere sorgente di soluzione».
È evidente la preoccupazione che in un momento di disattenzione della politica, impegnata in un difficile passaggio istituzionale, possa prendere forza l’inerzia della burocrazia. In questo senso potrebbe pesare negativamente un allentamento dei rapporti con Roma. A D’Alfonso mancherà anche il ministro delle Attività produttive Claudio Calenda. Che il governatore è riuscito a coinvolgere persino nella serata di chiusura di campagna elettorale il 2 dicembre, dopo una giornata passata a parlare con gli imprenditori abruzzesi del piano industriale del governo.
Altro interlocutore centrale per D’Alfonso, e destinato ad allontanarsi o a cambiare funzione, è il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Con lui il governatore ha in corso un braccio di ferro per il trasferimento dei porti di Pescara e Ortona dall’Autorità portuale di Ancona a quella di Civitavecchia. Un progetto che poggia su un’idea semplice ma decisiva per lo sviluppo della portualità abruzzese: creare un collegamento logistico Tirreno Adriatico per dare ulteriore impulso ai tre scali e in particolare a quelli abruzzesi.
Delrio in un primo momento ha frenato su questa richiesta, attenendosi alla lettera del decreto, perché non voleva sconvolgere una riforma (che prevede la semplificazione e riduzione di numero delle Autorità portuali) approvata con fatica e con molti mal di pancia, soprattutto da parte delle regioni Campania e Liguria.
Ma negli ultimi tempi il ministro è sembrato più accondiscendente e ha promesso di riaprire il discorso in sede di approvazione del regolamento attuativo della riforma. Sarà però, con tutta probabilità, un altro ministro ad occuparsi del dossier. Manifesterà la stessa apertura? Nel frattempo da Ancona il nuovo presidente dell’Autorità di sistema portuale Rodolfo Giampieri rassicura gli abruzzesi: «Per Ancona i porti di Pescara e Ortona sono strategici, sono un valore aggiunto».
Infine c’è Matteo Renzi. D’Alfonso è il presidente di Regione più vicino al premier dimissionario. Persino più del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la cui vicinanza al premier è fatta di nervi e di tattica più che di cuore e di strategia come è per D’Alfonso. Renzi nella breve-lunga vita del governo è venuto tre volte in Abruzzo. Dove ha soprattutto firmato il Masterplan. Certo, il criterio della continuità amministrativa tra governi dovrebbe essere una garanzia. Ma in politica, come ha dimostrato il caso Roma, l’interpretazione delle regole può essere molto lasca.
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