Ora rischiano la chiusura oltre 300 istituti abruzzesi

La Cassazione: sindaci sotto processo se non vietano l’accesso alle strutture vulnerabili L’associazione genitori: «Avrà effetti storici». I primi cittadini: «E’ solo uno scaricabarile»
PESCARA. Oltre 300 scuole, sui 417 edifici abruzzesi che sono in possesso della certificazione di vulnerabilità sismica, rischiano di rimanere chiuse. Per non parlare di quelli che il certificato non ce l’hanno ancora. Questo, per effetto di una recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha aperto il vaso di Pandora sullo stato degli edifici all’interno dei quali, ogni giorno, si recano migliaia di bambini e ragazzi.
La vicenda rappresenta già un precedente giurisprudenziale, dagli esiti tutt’altro che prevedibili, e ha origine nel Comune toscano di Roccastrada. Nella frazione di Ribolla esiste un plesso scolastico che il 13 aprile 2017 viene sequestrato su richiesta della Procura. Il sindaco, Francesco Limatola, un assessore e un dirigente vengono indagati per il reato di omissione in atti d’ufficio, perché avrebbero omesso di chiudere la scuola «nonostante dal certificato di idoneità statica dell’immobile, redatto il 28 giugno del 2013, ne emergesse la non idoneità sismica». Ma il sindaco vince al Tribunale dei riesame, che dissequestra l’immobile.
Contro l’ordinanza il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Grosseto, ricorre in Cassazione. E due giorni fa è arrivata la pronuncia. Secondo i giudici della Suprema Corte bene aveva fatto la Procura a disporre il sequestro dell’immobile. «In materia antisismica», come ha sostenuto il procuratore di Grosseto, «il pericolo legittimante l’adozione del sequestro preventivo, nella non prevedibilità dei terremoti, doveva intendersi insito nella violazione della normativa di settore, indipendentemente all’esistenza di un pericolo in concreto».
A sostenere l’accusa, in Cassazione, il pm Antonietta Picardi, per molti anni alla Procura dell’Aquila, dove si è occupata di importanti processi legati al terremoto e alla ricostruzione. In questo caso aveva chiesto il rigetto del ricorso, ma la sesta sezione (relatrice Laura Scalia, presidente Vincenzo Rotundo), ha deciso diversamente e condiviso le motivazioni del pm di Grosseto.
Una decisione, quella della Suprema Corte, che apre una profonda riflessione sul destino di moltissime scuole italiane, e abruzzesi. In regione, secondo stime dell’Assai (Associazione scuole sicure Abruzzo Italia), il 90% degli edifici scolastici presenta un indice di vulnerabilità ben al di sotto di quanto prescritto.
E allora, i sindaci cosa fanno? Chiudono le scuole, o finiscono sotto processo per abuso? Per Claudia Lattocco, geologa e componente di Assai, «bisognerebbe capire se si tratta di vulnerabilità sismica o di problemi strutturali, perché si fa ancora confusione su indice vulnerabilità e analisi statiche e dinamiche, e sul rilascio di un fascicolo del fabbricato. Le scuole in Abruzzo? Andrebbero tutte riviste, tranne quelle costruite negli ultimi due anni, in base alla nuova normativa».
Secondo Leda Ragas, presidente di Assai, il 90% delle scuole abruzzesi non ha i parametri a posto per rimanere aperta.
«La sentenza», dice, «la stanno valutando i nostri legali. Se le cose stanno così come sembrano, quasi tutte le scuole sono al di sotto dell’indice dell’1% previsto. A prescindere dalla sentenza della Cassazione», aggiunge, «quello che emerge è la necessità di una legge ben chiara che attesti con sicurezza un minimo sotto al quale l’edificio debba essere chiuso, una legge chiara, che non consenta differenti livelli di lettura. A Teramo abbiamo scuole con un indice dello 0,2 regolarmente aperte. I bambini sono dentro le stesse scuole che dopo sei terremoti hanno avuto riparazioni per centinaia di migliaia di euro, sono state riaperte ma non adeguate. Noi siamo in zona di guerra, lasciamo i bambini sperando che non succeda nulla. Non è bello. La sentenza rafforza quello che sosteniamo da tempo».
Secondo il sindaco di Chieti, e vice presidente nazionale dell’Anci, Umberto Di Primio, «è una sentenza pericolosa, perché espone la parte più debole del sistema istituzionale, cioè i Comuni e i loro rappresentanti di quel momento. Oggi non possiamo permettere che ci sia questo scarica barile, anche perché non c’è alcuna legge che stabilisca un limite al di sotto del quale chiudere la scuola». Anche il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, si dice sorpreso. «Da un lato», afferma, ci troviamo di fronte a un patrimonio scolastico obsoleto. Se dobbiamo chiudere tutte le scuole con indice inferiore a 1 significa che si chiudono tutte le scuole d’Italia. Le sentenze si rispettano e non si commentano», conclude, «ma se da un lato ci sono questi pronunciamenti, vorrei che dall’altro fosse chiaro che per fare un appalto ci vogliono quattro anni».

