«Ora stop Italicum e doppio incarico»

21 Giugno 2016

Sinistra dem accusa: «Fallito il partito della nazione». Ma anche molti renziani ammettono: «Perso il contatto con la realtà»

ROMA. «Rimando le mie valutazioni alla sede dedicata, quella del Pd e alla direzione di venerdì prossimo». Matteo Renzi a Palazzo Chigi scansa ogni domanda sulla débâcle del Partito Democratico. «Risultati diversi su base territoriale, per i nostri sindaci Comuni vinti e persi a sorpresa, non drammatizziamo né minimizziamo». Il premier vorrebbe che si valorizzasse quell’Italia vincente rappresentata da Massimo Bottura, chef del ristorante Osteria Francescana premiato come migliore al mondo. Ma l’incontro col cuoco a tre stelle non basta a fagli digerire la sconfitta, giacché per agguantare Grillo di stelle ne servono altre due e nel partito, stavolta, attendono il segretario con il coltello tra i denti.

Venerdì, giorno della direzione è anche San Giovanni, «a Firenze si dice non vuole inganni», ovvero il fiorino è difficile falsificarlo e dunque non si potrà non prendere atto di una sconfitta pesante, da nord a sud. Se il segretario proverà a mettere sotto accusa un partito che non ha agganciato le «esigenze di cambiamento», la minoranza chiederà invece un cambio di rotta, l’addio a Verdini e alle sterzate a destra, recuperando «una svolta culturale, politica, dell’identità di un centrosinistra di governo» dice Gianni Cuperlo che con Roberto Speranza, il giorno prima della direzione, riunirà le aree di minoranza per presentare il conto a «chi diceva che bastavano le riforme del governo, che contava solo il referendum». Sul piatto ricompare il tema delle dimissioni, della separazione di ruoli tra premier e segretario: «Non chiedo le dimissioni di nessuno ma se si perde in maniera così smaccata ti devi porre il problema» aggiunge Cuperlo. L’affondo di Speranza è più diretto con un «doppio incarico che non funziona, non fa bene al partito e non lo aiuta al governo». «I numeri sono pietre: il risultato è oggettivamente non buono per il Pd e dà un segnale molto chiaro a Renzi, al governo e a tutto il partito». Dai piani alti del Nazareno, invece, analisi soft dal vicesegretario Lorenzo Guerini, per un esito «che non soddisfa, non è in linea con le previsioni, ma che non avrà effetti sull’esecutivo».

Sono le prime avvisaglie di congresso, che il presidente del Pd Matteo Orfini conferma che comincerà la sua marcia da Ottobre subito dopo il referendum. Il leader dei “giovani turchi” prova a riposizionarsi senza nascondere i limiti e le colpe che hanno portato «il partito di Mafia Capitale" alla sconfitta. «Dopo un risultato come quello di Roma non si può discutere per finta - ha proseguito Orfini - che significa riconoscere gli errori, ricostruire i fatti per evitare di sbagliare ancora. E vale per tutti, prima di tutto per me». A sorprendere è invece Matteo Richetti, renziano critico, che definisce la tornata elettorale «un risultato disastroso» e che denuncia senza mezzi termini di «abbandonare lo storytelling e riprendere contatto con la realtà». La «linea del partito» sarà il punto d’attacco della minoranza prima ancora che inizi la battaglia congressuale.

Il messaggio della Sinistra Dem è che iI partito della nazione ha mostrato i suoi limiti, perché spostare l’asse non porta i voti del centrodestra che al secondo turno votano il M5S. Dove «non si è rotto con la sinistra come a Milano e Cagliari invece si vince». Da qui Speranza e Cuperlo intendono partire per chiedere una modifica dell’Italicum e non dichiarare guerra al referendum Costituzionale di ottobre. Un tema che per Renzi «non è in discussione» ma visto l’esito degli scontri diretti con Grillo, l’idea di tornare al premio alla coalizione, potrebbe non essere più un tabù.

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