Ore contate per l’investitore La vittima: disumano fuggire

8 Agosto 2017

Dalle telecamere i primi indizi sulla Panda bianca che ha investito madre e figlio La donna, insegnante alla Montale: «Inaccettabile lasciare un bambino a terra»

PESCARA. Poteva ucciderli. Questo sembra emergere dalle immagini del pirata della strada che nel primo pomeriggio di domenica, a bordo di una Panda, in fase di sorpasso lungo la Nazionale Adriatica ha superato, urtandolo violentemente, anche lo scooter che portava mamma e figlio. Un’insegnante di 40 anni, Silvia Quarta, e il bambino di 6 che fermi sul Liberty 150 quasi al centro della strada, con la freccia inserita per svoltare a sinistra in via Cadorna, sono stati sbalzati a terra dall’auto che gli è sfrecciata a sinistra appena un attimo prima che iniziassero la svolta in quella stessa direzione. E allora sì che sarebbe stata una tragedia.
A raccontarlo sono ancora i filmati che da ieri la polizia municipale sta visionando per riuscire a individuare, e sono già a buon punto, la targa di quella Panda bianca. Un lavoro certosino che i vigili dell’Infortunistica diretti dal maggiore Matteo Silvestris stanno facendo incrociando i filmati registrati poco prima delle 15 di domenica dalle telecamere all’angolo con via Cadorna, con quelli delle telecamere che si trovano lungo la strada, a nord e a sud rispetto al punto dell’incidente.
Per ora la scena immortalata è questa: il Liberty 150 con mamma e figlio in sella si trova al centro della carreggiata. Proviene da nord, lungo la Nazionale Adriatica per prepararsi a svoltare a sinistra, in via Cadorna. I due stanno raggiungendo il papà al mare. La donna va pianissimo ed è quasi ferma, con la freccia inserita. All’improvviso ecco la Panda bianca che da dietro, sempre in direzione nord-sud arriva a tutta velocità. Sta superando due macchine, e come un bolide supera e prende con la fiancata destra quella sinistra dello scooter. Madre e figlio, legati tra loro dall’abbraccio del piccolo di sei anni alla mamma, finiscono a terra, poco distanti l’uno dall’altro.
I due automobilisti appena superati dalla Panda si fermano, loro sì, e si precipitano a soccorrerli. Uno dei due prova anche a correre dietro alla Panda per prendere la targa. Ma quella va troppo veloce, e l’altro riesce solo a individuare modello e marca della vettura. Una Panda bianca che lungo la Nazionale deserta e assolata di domenica pomeriggio prosegue la sua folle corsa verso piazza Duca e chissà fino a quando anche lungo viale Bovio.
«Farebbe bene a presentarsi da solo», dicono dalla Polizia municipale mentre lasciano intendere di essere vicini, molto vicini, alla sua identificazione.
«È inaccettabile che non si sia fermato neanche di fronte a un bambino a terra», dice il giorno dopo la tragedia scampata Silvia Quarta, insegnante di lettere alla scuola media Montale. Di quei momenti ricorda tutto, ma la macchina no, non l’ha proprio vista.
«Stavamo raggiungendo mio marito al mare. Il suo primo giorno di ferie. Da via Tiepolo mi sono immessa sulla Nazionale in direzione nord-sud. La strada era deserta, non so nemmeno da dove sia sbucata questa macchina. Con mio figlio dietro andavo piano, mi sono messa direttamente al centro della carreggiata per girare a sinistra, e mi sono quasi fermata prima di fare la curva, avevo la freccia inserita ed ero in fase di svolta quando ho sentito un clacson da dietro e nello stesso momento sono stata travolta. Io e mio figlio siamo caduti subito, mentre il motorino ha continuato a girare a terra. Per fortuna non passavano altre macchine, avevamo il casco. Io mi sono solo preoccupata di mio figlio che fino a un attimo prima era attaccato a me, siamo caduti insieme. È stato il mio unico pensiero. Ha avuto delle escoriazioni, delle bruciature dell’asfalto sulle ginocchia, alla schiena, su tutto il lato sinistro. Io la stessa cosa ma ho anche delle ferite alla spalla, nel tentativo di prendere e raggiungere mio figlio a terra, e dei punti sulla tempia. Ma va bene così».
È questione di attimi se lo può raccontare, e lei lo sa. Ma non è tanto per l’incidente che prova risentimento. «L’errore ci può stare, le tragiche fatalità ci sono, capitano. Ma è disumano che non ti fermi neanche con un bambino a terra. È questo che fa più male». Per questo nei confronti dell’investitore dice: «In questo momento non riesco a pensarlo come una persona, il suo comportamento è stato gravissimo. Poi certo, se sentissi che non si è fermato per un qualche dramma personale sì, tutto è perdonabile. Però ci vorrebbe una bella spiegazione da parte sua. Tenendo conto», sottolinea la mamma, «che tutto passa in secondo piano quando penso che non è successo nulla di irreparabile e che mio figlio sta bene».
Ma a far paura, oltre alla fuga, è anche la velocità sostenuta con cui procedeva la Panda: «Io credo che mi abbia visto all’ultimo», va avanti Quarta, «e poi non ha saputo fare la manovra giusta, perché se voleva sfrecciare nel sorpasso io ero comunque già sulla corsia per girare, con la freccia accesa». E infine: «Mio marito è avvocato (Giuseppe Cantagallo ndr), e su questa cosa, per il fatto che questa persona è scappata, vuole andarci a fondo, è già partito con l’idea di andare sul penale. Lo capisco, da padre ha vissuto uno spavento enorme, ma vediamo che succede. Dipende molto dal comportamento dell’altro. Se si farà vivo e, nel caso, che cosa ci dirà».
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