Orfano di padre a tre anni fu abbandonato dalla madre

13 Ottobre 2018

PESCOSANSONESCO. Nunzio Sulprizio è il primo santo abruzzese canonizzato da papa Jorge Mario Bergoglio. E domani entrerà nella rosa dei cinque santi venerati nella regione, San Gabriele di Isola del...

PESCOSANSONESCO. Nunzio Sulprizio è il primo santo abruzzese canonizzato da papa Jorge Mario Bergoglio. E domani entrerà nella rosa dei cinque santi venerati nella regione, San Gabriele di Isola del Grasso (morto a soli 24 anni, quasi coetaneo di Nunzio Sulprizio), San Camillo De Lellis di Bucchianico, San Francesco Caracciolo di Villa Santa Maria, San Giovanni da Capestrano.
La breve vita, 19 anni, del beato Nunzio (ma i devoti non hanno mai atteso l’ufficializzazione per chiamarlo “San Nunzio”) si è svolta tra Pescosansonesco, dove nacque nel 1817 e visse per 15 anni fino al 1832, e Napoli dove morì 4 anni dopo. I suoi genitori erano Domenico Sulprizio, calzolaio originario di Popoli che lavorava nella bottega di Luigi Circeo, e Rosa Luciani, tessitrice di Pesco. Rosa e Domenico si sposarono nella chiesa di San Giovanni il 29 maggio 1816. Il 17 aprile 1817 venne alla luce Nunzio. Due anni dopo arrivò la sorellina Maria Domenica, che spirò circa un anno dopo, l’8 dicembre 1820. All’età di tre anni, Nunzio rimase orfano di padre.
La madre si risposò con Giacomo Antonio De Fabiis che per il bimbo non ebbe mai cura. Tre anni dopo, quando anche la madre lo lasciò per sempre, il piccolo fu affidato alla nonna materna Anna Rosaria Del Rosso, che risiedeva a Corvara, una manciata di chilometri da Pesco e che si occupò della sua formazione religiosa. Nunzio crebbe andando a messa ogni mattina, recitava il rosario e dormiva con le immagini della Madonna sotto il cuscino. Continuamente, si faceva il segno della croce. Aveva il dono di una voce intonata e cantava nel coro della chiesa. All’età di nove anni, morì anche la nonna. E passò da una infanzia di lutti a un’adolescenza d’inferno quando fu ospitato dal fratello della madre, Domenico, che lo sfruttò senza pietà nella sua bottega di fabbro ferraio. Un lavoro pesante per un bambino. Un giorno tornò di corsa da una commissione, sudò e prese freddo. Il mattino dopo non riuscì ad alzarsi. Il suo piede sinistro si gonfiò. Erano le prime avvisaglie della malattia che lo colpì nel 1831, a 14 anni. Dalla tibia partivano dolori atroci, fino a svenire. Una piaga purulenta si trasformò in carie ossea. Usò le stampelle per muoversi, sbeffeggiato dai compagni di bottega.
Nel suggestivo pozzo di Riparossa (le cui acque con poteri miracolosi vengono richieste anche dall’estero) che si può ammirare sulla parete rocciosa del santuario, accanto alla fonte dove i pellegrini si dissetano con l’acqua benedetta un tempo bevuta da mestoli di rame, le lavandaie lo scacciavano a sassate perché temevano che infettasse i ruscelli. Fu dapprima ricoverato all’Aquila, poi a Napoli, all’ospedale degli Incurabili, dove giunse il 20 giugno 1832. Quattro anni dopo, la morte. Racconta la maestra Cesira Luciani, che «fu re Ferdinando di Napoli a inoltrare domanda di beatificazione lasciando 1000 ducati in dote alla sacra Congregazione».
Tra Pesco e la città partenopea è sempre forte la rivalità sulla custodia delle spoglie del santo. Il 4 maggio 1965, 129 anni dopo la morte, il corpo di Nunzio (ricostruito a Roma con la resina) che custodisce le sue ossa dentro un’urna, tornò in paese accolto dal vescovo Antonio Iannucci e una folla in adorazione. (c.co.)
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