Padre disperato: un tampone per i tossici
L’appello di un genitore pescarese: così si accelerano gli ingressi in comunità, triplicati i costi della droga
PESCARA. Il dramma di un padre pescarese alle prese con la difficoltà di gestire un figlio tossicodipendente di 29 anni, che le strutture di accoglienza rifiutano ai tempi del coronavirus. «Non si può entrare nelle comunità di recupero senza la sicurezza che un tampone abbia escluso il contagio» premette il papà del ragazzo che da circa un decennio lotta contro la dipendenza.
Non si può entrare nei centri di recupero perché in questo periodo di emergenza, le strutture hanno ridotto o bloccato le attività di accoglienza.
Per tale ragione questo padre, G.M., dirigente di un Tribunale in pensione, dopo aver rintracciato un centro di riabilitazione in Umbria disposto ad accogliere il giovane tossicodipendente, lancia alle aziende sanitarie, attraverso il SerD (Servizio per la dipendenze), la «proposta di fare un tampone a questi ragazzi, perché il mio non è un caso isolato, per dare loro la possibilità di accedere alle strutture dopo aver avviato il percorso terapeutico che si è interrotto a causa della pandemia».
L’appello del genitore viene raccolto dal presidente del SerD di Pescara, Moreno Di Pietrantonio che ha dato la «disponibilità a esaminare la questione» e, in generale, ricorda all’utenza «che siamo operativi anche in questo periodo di emergenza e disponibili ad aiutare coloro che vogliono intraprendere un percorso di guarigione, nel rispetto delle distanze di sicurezza vigenti». Padre e figlio vivono insieme nella stessa casa. Una convivenza che negli ultimi tempi è «diventata un inferno» col giovane che «diventa spesso violento, esce di casa a tutte le ore del giorno e della notte per procurarsi la droga a Rancitelli. In questo modo, senza protezioni, diventa un pericolo per sé e gli altri».
Ed ecco il secondo allarme lanciato dal genitore disperato: «I costi delle dosi di droga sono triplicati, da venti a sessanta euro. La malavita approfitta di questa situazione per giocare al rialzo, ma per le famiglie che vivono il dramma è un continuo sborsare denaro». All’emorragia di soldi, si aggiunge la disperazione di un genitore «che non riesce a tenere chiuso in casa il figlio in questi tempi in cui ci sono ordini ben precisi a non uscire per ragioni di sicurezza».
È la denuncia di un padre che «ogni giorno prende atto della situazione esplosiva» in cui si trova coinvolto e incalza: «Il tampone potrebbe essere una soluzione per accelerare gli ingressi nelle comunità che si sentirebbero rassicurate dagli esiti negativi». In tal modo «si toglierebbero dalle strade i giovani, come mio figlio, che manifestano la volontà di uscire dal giro». (c.co.)

