la storia

Padre Pio, l'ospedale e il team pescarese

In un vecchio carteggio scoperto dall’avvocato Domenico Colletti i retroscena della realizzazione della Casa del sollievo

PESCARA. La prima impressione, quando a soli 12 anni fu portato per mano dal papà a San Giovanni Rotondo, nella cella di Padre Pio, fu uno scambio di battute con «un fraticello qualunque, molto alla mano e che parlava un mezzo dialetto napoletano». Un sacerdote come tanti, così lo descrive l’avvocato pescarese Domenico Colletti, ma che «già allora attirava grandi folle».

A quell’epoca la Casa sollievo delle sofferenze, l’ospedale religioso ad alta specializzazione sanitaria fortemente voluto dal Santo da Pietrelcina, era un progetto in fase embrionale. Eppure un team tutto abruzzese era al lavoro alacremente per cercare di trasformare in realtà il sogno del frate cappuccino di costruire nella provincia di Foggia un luogo di cura in grado di accogliere e rispettare la dignità dei malati, contrastando anche il male fisico.

Di quel gruppo di giovani di Pescara, molto vicini a Padre Pio, facevano parte Giovanni Colletti, avvocato e consigliere, e Angelo Lupi, che non aveva titoli, eppure riuscì meglio di ogni altro a realizzare un progetto in sintonia con lo spirito del frate cappuccino e con la natura del luogo. Il disegno gli valse anche una denuncia, poi archiviata, per esercizio abusivo della professione. L’episodio è riportato anche nelle cronache dell’epoca: «Diversi sono i progetti esaminati», si legge ad esempio sul sito internet della Fondazione Don Bosco, «ma alla fine l’attenzione si ferma su uno che veniva da Pescara. Era firmato dall’ingegnere Candeloro. Venne poi fuori che l’aveva fatto un uomo chiamato Angelo Lupi. Non era un ingegnere. Non era un geometra. Ma il suo disegno convinceva, si prestava alla natura del luogo. Così fu scelto quello. E venne chiamato lui stesso a dirigere i lavori».

Per un curioso caso del destino, nei giorni in cui Papa Francesco ha annunciato l'esposizione della salma di San Pio nella Basilica di San Pietro, in Vaticano, nella settimana dal 3 all’11 febbraio per celebrare al meglio il Giubileo, un altro pescarese, Domenico Coletti, figlio ed erede di Giovanni, mettendo ordine tra la corrispondenza del padre scomparso prematuramente nel 1963 ha ritrovato le testimonianze di quel periodo storico. Nell’archivio di famiglia è conservato un telegramma di auguri scritto dal medico factotum di Padre Pio, Guglielmo Sanguinetti, su richiesta del sacerdote, in cui sono riportati gli auguri del frate per l’onomastico. C’è poi una fitta corrispondenza con il padre guardiano relativa alle diverse problematiche sorte intorno alla costruzione dell’ospedale che oggi vanta 900 posti letto suddivisi tra 30 reparti di degenza e 57mila ricoveri annui.

E, tra tutte, spunta una lettera firmata dall'ex presidente della Repubblica Giovanni Leone, stimato penalista che, in risposta alla richiesta di Giovani Colletti di difendere il concittadino Lupi dall’accusa di aver progettato la Casa sollievo delle sofferenze abusivamente, accoglie l’incarico e risponde che «per difendere il signor Angelo Lupi che è interesse di Padre Pio non mi farò pagare nulla».

Infine, tra i frammenti epistolari del tempo, compare l’embrione di un libro di memorie firmato da Giovanni Colletti, mai portato a termine. «Mio padre è morto che avevo 22 anni», racconta Domenico Colletti, «di quel periodo ricordo poco poiché ero bambino, ma mi è rimasto impresso nella mente, come se fosse ieri, la mia visita al convento di San Giovanni Rotondo. Conservo una foto che scattai con una vecchia macchinetta fotografica: si vede il convento di una volta, piccolo e modesto. Avevo 12 anni quando mio padre mi portò nella cella di Padre Pio. Parlarono tra loro, non ricordo di cosa, molto probabilmente di lavoro. Ma ricordo che mi impressionò per la sua parlantina, un mezzo dialetto napoletano, e per il suo modo di fare molto alla mano. Era un fraticello come tanti, ma già allora attirava grandi folle di fedeli».

«Nelle sue memorie», conclude Domenico Colletti, «mio padre scrive di essere andato da Pescara a San Giovanni Rotondo di sua spontanea iniziativa, per una strana coincidenza, come se fosse stato chiamato».

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