Papà Rigante ringrazia i Rangers
Il dietrofront di Nobile? «Volevo vederlo in faccia, ma non lo giudico»
PESCARA. Ciarelli no, stava seduto a pochi metri da lui in aula, ma Pasquale Rigante, il papà di Domenico, non l’ha mai guardato. Invece Nobile sì, Pasquale lo voleva vedere in faccia ieri mattina, mentre l’amico del figlio morto ammazzato la sera del primo maggio 2012 diceva davanti ai giudici che era stato un incidente. «Si assumerà le sue responsabilità, per quello che ha dichiarato in aula e per quello che ha detto pubblicamente», dice al telefono Pasquale di ritorno dall’Aquila, senza mai nominare il nome di Nobile.
«Non voglio giudicare come si è comportato nei confronti nostri e di tutti perché ormai io non mi meraviglio più di niente. Invece», va avanti il genitore anche a nome della madre di Domenico, Antonietta Ottaviano, e degli altri due figli, «se ci dà fastidio qualcosa è che dopo due anni e mezzo questa storia va ancora avanti, e perché ogni tanto esce qualcosa di nuovo. Per il resto, il problema rimane uno solo: Domenico non c’è più e non ce lo ridà nessuno».
Per questo, Pasquale racconta che gli sono venuti i brividi quando ieri mattina, fuori dalla Corte d’Appello dichiarata off- limits dal procuratore generale per motivi di ordine pubblico, gli amici del suo Domenico, «i ragazzi, Rangers e non rangers», come dice lui, hanno ricordato Domenico con cori e canzoni.
«A nome di tutta la famiglia», dice Pasquale, «li ringrazio per la loro presenza e la loro vicinanza, sono stati presenti e si sono comportati bene come al solito, senza fare nessun gesto e senza nessuna provocazione. Ci ha fatto molto piacere e se ce n’era ancora bisogno, hanno dimostrato una volta di più il loro attaccamento verso Domenico e la nostra famiglia». Cori che i quaranta pescaresi che alle 9 di ieri mattina erano già all’Aquila, fuori dalla Corte d’Assise d’appello, hanno intonato all’arrivo del blindato che portava il loro ex compagno Mimmo Nobile a testimoniare. «Quando è passato il cellulare davanti a loro», racconta ancora Pasquale, «mi sono venuti i brividi mentre hanno ricordato e incitato diverse volte il nome di Domenico e mentre, senza offendere nessuno, hanno ricordato forse a qualcuno chi era Domenico».
Ma davanti alla corte d’Appello dell’Aquila, presidiata da una trentina di poliziotti dalla mattina al tardo pomeriggio, non c’erano solo gli ultrà, ma anche una quindicina di rom, tra anici e famigliari dei cinque Ciarelli imputati nel processo. Due gruppi, gli ultrà e i rom, che dopo le tensioni a ridosso dell’omicidio, che aveva creato in città un clima di tensione e violenza e che portò in piazza centinaia di persone, ieri non si sono mai incrociati. Nè fisicamente nè verbalmente, a differenza dello scorso 3 febbraio quando, dopo la sentenza di primo grado a Pescara, ci furono, soprattutto da parte dei rom, ,momenti di forte tensione. (s.d.l.)
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