Parla la mamma che scrisse al ministro: ho avuto giustizia ma mio figlio non tornerà più

Roberto Morelli è morto nel 2017, a 31 anni, travolto da una balla di plastica La lettera della donna all’ex Guardasigilli Cartabia è diventata un caso nazionale
TERAMO. Nei giorni infiniti dei morti sul lavoro, tra richiami inascoltati (a cominciare da quelli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e norme sempre meno applicate, ci vuole sempre una faccia, una storia per capire cosa perdiamo, quale vuoto e quale scia di dolore si lascino dietro.
Lo sa bene Annunziata Cairo a cui è toccato in sorte il più disumano dei dolori: sopravvivere alla morte di un figlio. Il suo Roberto aveva 31 anni quando nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale dell’azienda Metalferro di Castelnuovo Vomano. Per denunciare i tempi lunghi del procedimento penale all’epoca scrisse all’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia e il caso del camionista napoletano Roberto Morelli diventò nazionale con un processo di primo grado che l’anno scorso si è chiuso con tre condanne per complessivi tredici anni.
« C’è stata una sentenza, giustizia è stata fatta anche se il mio Roberto non tornerà più a casa», dice mamma Annunziata, «ma sul lavoro si continua a morire. Ogni volta che sento un telegiornale c’è una vittima sul lavoro. La gente la mattina esce di casa per lavorare e non torna più. Io penso che servano più controlli per garantire la sicurezza, penso che bisogna rispettare le leggi e farle rispettare». Perché il tempo scandisce tragedie che con gli anni possono solo diventare più dolorose anche dopo la giustizia di un processo. Mamma Annunziata è sempre stata in aula con gli altri figli e il suo abbraccio al pm Stefano Giovagnoni (titolare del fascicolo) resterà per sempre a raccontare quelle udienze. «C’è stato un processo e la giustizia ha fatto il suo corso», dice Annunziata, «e ancora oggi ringrazio la ministra, i magistrati, l’avvocato Giorgio Varano. Ma il mio Roberto a casa non torna. Quella mattina era uscito per andare a lavorare e lui era contentissimo del suo lavoro. Aveva 31 anni e una vita davanti che non potrà avere». Perché la cronaca e la nettezza cruenta delle statistiche raccontano che ogni giorno ci sono un figlio, un marito, un padre, un fratello che non torneranno a casa dopo il lavoro. Numeri di famiglie precipitate nell’inferno. «Quando un familiare muore sul lavoro prevale la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto», dice Domenico Morelli, uno dei fratelli di Roberto, «man mano che le dinamiche vengono chiarite si capisce che tante cose si potevano fare per garantire la sicurezza e non far morire nessuno. Così alla disperazione per il familiare che non c’è più si aggiunge la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Per questo servono più controlli perché le vite non hanno prezzo e la gente che esce di casa per andare a lavorare la sera deve tornare viva».
E c’è un solo filo conduttore a legare le 105 pagine di motivazioni della sentenza di condanna di primo grado del giudice monocratico Giovanni Cirillo: «Quell’incidente si poteva evitare».
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