Parruti: eravamo tutti sfiniti, quei morti non si dimenticano

Il primario pescarese racconta quattro anni che ci hanno segnato per sempre la vita
PESCARA. La comunità abruzzese non dimentica. L'esplosione dell'emergenza pandemica, quattro anni fa, le lunghe file di ambulanze fuori ai pronto soccorso, le terapie intensive stracolme, il dramma dei morti - tra cui molti giovani - in cui lo sforzo sinergico e solidale ha fatto la differenza. Con il personale medico e paramedico in prima linea, senza conoscere sosta. Ieri, si è celebrata la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus. L'occasione per ricordare una delle pagine più dolorose della storia recente del Paese e del mondo intero. Momenti terribili, segnati da un'alternanza di sconforto e impotenza, solidarietà e abnegazione, spiega Giustino Parruti, direttore dell'Unità operativa di Malattie infettive dell'ospedale di Pescara. Come tanti colleghi, impegnato nella lotta quotidiana contro il virus.
Professor Parruti, cosa prova un medico quando si sente travolto dagli eventi, come durante la pandemia, e avverte su di sé il peso dell'impotenza?
L'immagine che ho nitida, davanti agli occhi, è quella della mattina in cui vedemmo le colonne di ambulanze fuori dall'ospedale. Non si fermavano, continuava ad arrivare.
È stato il primo, vero, giorno di emergenza assoluta. Ho privato una sensazione terribile, un senso di smarrimento iniziale, che è andato scemando quando, terminati i turni di giornata, nessuno dei colleghi è andato via. Questo accadeva un giovedì di metà marzo. Siamo arrivati alla domenica in affanno, senza fermarci un secondo: non avevo avuto il tempo di fare i turni festivi, ma nessuno si è tirato indietro.
Erano tutti presenti. Questo dà l'esatta misura della gravità del momento, ma al contempo della risposta immediata del personale medico e paramedico, della società intorno a noi, delle associazioni, dei volontari. Abbiamo ricevuto un supporto continuo dall'esterno, dalla gente comune, dai gestori dei ristoranti intorno a noi che ci portato addirittura la cena. Una solidarietà oltre misura che ci ha fatto sentire in una rete protettiva fin dal primo giorno, grazie anche al rapporto costante con le istituzioni e le autorità regionali.
C'è una storia legata all'emergenza Covid che più di altre l'ha colpita lasciandole un segno profondo?
Sono tre, quattro le storie più tristi che ricordi: quelle di persone tra i 55 e 60 anni, colpite dal virus, senza nessun fattore di rischio che purtroppo non ce l'hanno fatta nonostante avessimo fatto di tutto e ci fosse una condizione di apparente successo immunologico, in tempi brevi. La cosiddetta "sindrome della finestra aperta", quando il Covid viene contratto magari facendo sport o all'aria aperta da persone sane, senza particolari problemi, che hanno avuto una carica virale molto forte pur essendo in apparente stato di benessere. Pazienti che non hanno risposto a nessuna delle terapie e che sono morti. Un esito nefasto che ci ha fatto sentire impotenti. Un'altra storia risale a quattro-cinque mesi dall'esplosione della pandemia e riguarda una donna giovane, di circa 40 anni, con embolia polmonare che ci è morta praticamente sotto gli occhi. Eravamo lì con lei, abbiamo provato di tutto e non c'è stato nulla da fare.
Sono episodi che non puoi dimenticare, ti restano dentro come macigni. Eppure, non abbiamo mai perso la speranza e la grande voglia di salvare vita umane».
Qual è stato il periodo più duro da affrontare?
Tra febbraio e marzo 2021. Avevamo già un anno di lavoro duro alle spalle e la speranza che il lockdown potesse, in qualche modo, arrestare la corsa del virus. Invece, non si sono stati effetti positivi perché era stato misurato sulla diffusione della variante Victoria, mentre la variante Alfa ha spaginato tutto facendo capire che, da solo, l'isolamento non sarebbe stato efficace. In quel periodo abbiamo registrato un'importante ripresa del virus e siamo arrivati avere 385 ricoverati per Covid contro i 180 della prima ondata, nel 2020. Per noi medici è stata durissima: siamo sopravvissuti solo grazie all'enorme generosità degli imprenditori della sanità privata che ci hanno dato la possibilità di dimissioni precoci dei malati, con il passaggio nelle loro strutture, e anche del trasferimento di pazienti gravi che continuavamo a seguire. È stato il momento più faticoso, quando il Covid ha cominciato a dare stanchezza ai professionisti che si sentivano privati delle risorse umane, tutte dirottate sui reparti di emergenza. Siamo passati a Pescara da 12 posti di rianimazione attivi al 20 marzo 2021 a 44 posti di rianimazione per Covid, più altri dieci della rianimazione normale, superando addirittura il Niguarda. È stata durissima, non c'era un turno di riposo, eravamo stremati e con una mortalità a livelli altissimi. La circolazione era molto più pervasiva in quanto mancava una buona copertura delle vaccinazioni.
Quando ha capito che il peggio era passato e potevate farcela?
Con l'ondata successiva di ottobre, novembre 2021, quando i numeri erano ancora alti, ma gli effetti della vaccinazione hanno fatto crollare la mortalità. In ospedale venivano persone con la polmonite, ma con le stesse terapie, seppur messe leggermente a punto, i malati rispondevano in modo completamente diverso perché era aumentata la resistenza al virus. Lì abbiamo capito che, forse, saremmo usciti dal tunnel anche se tutto il 2022 ha avuto un carico importante di ospedalizzazione, con molti pazienti ricoverati anche in rianimazione. La differenza era nella quasi impercettibile ma costante riduzione di morte e complicanze.
A distanza di quattro anni dall'esplosione dell'emergenza, com'è la situazione?
Direi buona e sotto controllo. Rassicurazioni vengono anche dall'aver mantenuto l'ospedale Covid e tutte le strutture principali compreso il day hospital per i pazienti che contraggono il virus. Un'organizzazione capillare che ci consente di essere pronti per un'eventuale ritorno dell'emergenza considerando che la circolazione del Covid si è ridotta, ma non è scomparsa . È, piuttosto, confinata ai soggetti più fragili che, comunque, restano a rischio, ma abbiamo molti farmaci in più, cure che danno risultati importanti e la vaccinazione che può fare la differenza. Attualmente abbiamo in atto una seconda emergenza sanitaria legata alla diffusione di germi multiresistenti: sono batteri favoriti anche dal grande sovraffollamento dell'epoca Covid e dall'abbassamento delle difese immunitarie e dei linfociti. Batteri che circolano maggiormente rispetto al passato, non danno problemi rilevanti nelle persone con un ottimo sistema immunitario, ma di fronte alla vulnerabilità possono creare difficoltà importanti nei pazienti e, nei casi più gravi, portare alla morte. Ne stiamo vedendo molti negli ultimi tempi, ma l'ottima organizzazione sanitaria e delle strutture, dopo il Covid, consente di intervenire subito limitando i danni.
Possiamo aspettarci un ritorno all’emergenza pandemica?
In questo momento la circolazione dello sciame di variante Omicron sta dimostrando di essere incapace di superare lo scudo d'immunità vaccinale, il che non vuol dire che qualche variante pericolosa possa insorgere nuovamente, ma questa possibilità scema di mese in mese. Così è accaduto per tutte le pandemie nel corso dei secoli vanno a scomparire per adattamento della specie e il virus non ha più presa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

