Paziente morta, 3 medici assolti: l’erogatore di ossigeno era rotto

21 Dicembre 2022

A 8 anni dal decesso in ospedale, formula piena per i professionisti di Medicina: il fatto non sussiste Decisiva la perizia voluta dal gip: la disfunzione degli impianti favorì l’insorgere dell’arresto cardiaco

PESCARA. Sono stati tutti assolti con la formula piena, «perché il fatto non sussiste», i tre medici dell'ospedale civile di Pescara finiti sotto processo per omicidio colposo per la morte di una paziente: Elvira Ferri, deceduta la notte tra il 12 e 13 febbraio del 2014.
Sul banco degli imputati erano finiti il primario del reparto di medicina generale dell’epoca, Giancarlo Traisci, e altri due sanitari dello stesso reparto, Antonio La Torre e Giancarlo Di Battista (difesi dagli avvocati Gianfranco Iadecola, Gabriele Colicchia e Ugo Milia). Va detto che, nonostante fosse ormai arrivata la prescrizione del reato, il giudice Francesco Marino ha deciso comunque di entrare nel merito di una vicenda che per circa nove anni ha pesato, quantomeno psicologicamente, sulle posizioni lavorative dei tre professionisti. La vittima era entrata in ospedale l’11 febbraio 2014 per una insufficienza respiratoria e, secondo le conclusioni cui era giunto il pm dell’epoca, Gennaro Varone, i tre medici, «in cooperazione tra loro», per imprudenza, negligenza e imperizia, avrebbero omesso «l’approccio terapeutico che avrebbe salvato la vita di Elvira Ferri».
Una serie di presunte omissioni, dettagliatamente riportate nel capo di imputazione, che poi vennero però superate dalle conclusioni di un incidente probatorio che fornì la vera causa alla base del decesso della paziente: e cioè la mancata erogazione dell’ossigeno nella postazione letto occupata dalla Ferri in quel reparto. Un malfunzionamento dell’impianto di ossigenazione messo in evidenza da due periti di indiscusso valore quali Vittorio Fineschi e Mario Giosuè Balzanelli, chiamati ad esprimere un loro parere dal gip Antonella Di Carlo.
Gli esperti arrivarono alla conclusione che, «ferme restando le criticità di condotta dei sanitari, la disfunzione degli impianti di ossigenazione sia stata causa del decesso della paziente, aggravandone in modo fatale la condizione, già precaria, di insufficienza respiratoria, favorendo direttamente, di conseguenza, l’innesco delle aritmie ventricolari responsabili dell’insorgenza dell’arresto cardiaco o, comunque, favorendo l’insorgere dell’arresto cardiaco».
E visto che i periti avevano evidenziato nel loro elaborato anche una cattiva organizzazione del reparto, in qualità di testimone venne chiamato durante il dibattimento anche l’allora direttore generale Claudio D’Amario, soprattutto sulla presunta assenza di un medico in reparto in quel drammatico giorno, così come venne sentito il consulente dell’accusa sul malfunzionamento degli impianti di ossigenazione: l’esperto del pm confermò i problemi degli impianti in questione, aggiungendo che il «contratto non prevedeva una manutenzione ordinaria, ma solo interventi a chiamata dopo il verificarsi di un guasto».
Da qui la mancanza di qualsiasi responsabilità in capo ai tre medici finiti sotto processo, che dopo 9 anni sono stati assolti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA