Pecorale ora lascia il carcere: andrà in un reparto psichiatrico

Il regime carcerario non è compatibile con le condizioni dell’aggressore di Yelfry: sarà curato La decisione della Corte d’Appello dell’Aquila: «È pericoloso, se starà meglio tornerà detenuto»
PESCARA. Condannato in primo grado a 12 anni di carcere e a 5 anni aggiuntivi di ricovero in una struttura di sicurezza con il rito abbreviato per il tentato omicidio del cuoco dominicano Yelfry Rosado Guzman, per Federico Pecorale adesso si aprono le porte dell’ospedale psichiatrico. Lo hanno deciso i giudici della Corte d’Appello dell’Aquila, interessati dal ricorso presentato dall’avvocatessa romana Valentina Aragona che assiste Pecorale, l’uomo originario di Montesilvano, ma residente in Svizzera, che il 10 aprile del 2022 fu protagonista di un inquietante episodio di violenza nel locale Casa Rustì di piazza Salotto a Pescara quando, per una presunta errata salatura degli arrosticini, tirò fuori la pistola e sparò ripetutamente contro il cuoco, fortunatamente senza ucciderlo ma lasciandolo sulla sedie a rotelle per le gravissime ferite riportate. Un tentato omicidio aggravato dai futili motivi che però venne contenuto in 12 anni di carcere (il pm Fabiana Rapino aveva chiesto la condanna a 10 anni) per la scelta del rito e per le condizioni psichiche dell’imputato che, secondo una perizia psichiatrica, in quel momento aveva le capacità di intendere e di volere grandemente scemate.
Già durante la discussione davanti al gup Francesco Marino, la difesa aveva chiesto la detenzione di Pecorale in una casa di accoglienza di Alba Adriatica, in quanto il regime carcerario non era ritenuto adatto: richiesta che venne però rigettata dal giudice per la pericolosità sociale del soggetto. Subito dopo la condanna, il legale presentò al giudice una istanza per ottenere gli arresti domiciliari (addirittura nella sua abitazione in Svizzera per la mancanza di adeguate struttura in zona), ugualmente rigettata sostanzialmente per gli stessi motivi. Poi, il ricorso in appello e ora l’ordinanza della Corte aquilana che «dispone il ricovero provvisorio di Pecorale in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero, da individuarsi a cura dell’amministrazione penitenziaria».
A supporto della decisione, i giudici di appello hanno preso in considerazione anche la perizia psichiatrica che sosteneva, oltre alla grave patologia di cui soffre Pecorale (disturbo delirante cronico di tipo persecutorio), la problematica della supposta incompatibilità con il regime carcerario, soluzione non adatta alle condizioni di Pecorale. Ma nel rigettare la richiesta dei domiciliari avanzata dal legale di Pecorale, i giudici sottolineano che «la difesa non si è confrontata con il dato che emerge prepotentemente sia dalla perizia psichiatrica, sia dalla stessa consulenza di parte, ossia che Pecorale è affetto da una malattia psichiatrica, della quale non ha conoscenza, che lo rende pericoloso per se stesso e per gli altri». Da qui la conferma della inidoneità dei domiciliari sostenuta dal giudice Marino.
Ma i giudici aggiungono anche aspetti inediti della vicenda emersi nel corso del colloquio avuto con il perito quando «Pecorale ha dichiarato di aver coltivato propositi omicidiari anche nei confronti dell’avvocato che lo ha assistito a suo tempo nella pratica per il risarcimento del danno subito a seguito dell’incidente del 2010 (quello di Montesilvano che gli provocò gravi danni psichici, ndc), nonché nei confronti dell’ignaro tassista che, dopo l’omicidio, lo stava portando in Svizzera». E peraltro l’imputato rifiuta la terapia farmacologica perché non è cosciente della malattia. «Il ricovero provvisorio in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero (forse quella di Lanciano, ndc)», scrivono i giudici aquilani, «consentirà a Pecorale di ricevere le cure di cui ha bisogno, sempre che accetti di sottoporvisi, e al tempo stesso garantirà l’esigenza di tutelare la collettività rispetto ad ulteriori condotte devianti». E qui il riferimento è alla fuga verso la Svizzera subito dopo la sparatoria. E qualora le sue condizioni dovessero migliorare, «si potrà valutare l’applicazione, nuovamente, della misura cautelare in carcere».
Quella drammatica mattina di festa, Pecorale si alzò dal suo tavolo e si avvicinò al cuoco per controllare la salatura degli arrosticini, poi l’improvvisa reazione con un pugno e a seguire i colpi di pistola. In una lettera, Pecorale ha fornito al pm la sua versione dei fatti, sostenendo una tesi piuttosto assurda e cioè che il cuoco lo avrebbe minacciato con un coltello: circostanza che peraltro non è emersa dai filmati della telecamera interna al locale che riprese ogni istante di quella inspiegabile aggressione che poteva tradursi in una tragedia ancora più grave.

