Peculato, chiesti 4 anni per il primario Rosati

Dura richiesta del pm Varone nei confronti del responsabile di Ostetricia «Ha indotto le pazienti a rivolgersi a lui come medico privato». Sentenza il 19
PESCARA. Quattro anni e otto mesi è la richiesta di condanna avanzata dal pm del tribunale di Pescara, Gennaro Varone, al termine della requisitoria di ieri nel procedimento davanti al gup, Maria Michela Di Fine, a carico del primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale civile, Maurizio Rosati, 54 anni, originario di Atri, accusato di omissione di atti d'ufficio, interruzione di servizio pubblico, abuso d’ufficio e peculato.
La pubblica accusa, inoltre, ha chiesto una condanna di dieci mesi e 20 giorni per Antonietta Giglio, collaboratrice di Rosati. Sempre ieri, hanno preso la parola l'avvocato Tommaso Marchese, difensore del primario, e i legali delle parti civili e di Giglio. L'avvocato Liborio Romito, legale di una delle presunte parti offese, ha chiesto un risarcimento di 100 mila euro. Al termine delle arringhe difensive il giudice ha rinviato l'udienza al prossimo 19 novembre per le repliche delle parti e la sentenza. Secondo l'accusa, Rosati, che ha scelto e ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato, avrebbe «indotto le sue assistite bisognose di prestazioni ginecologiche, a rivolgersi a lui come medico privato a garanzia di un rapido scorrere della lista di attesa operatoria, altrimenti impegnate per mesi, se non per anni». Sempre secondo l'accusa, avrebbe «dimesso o fatto dimettere pazienti, pur bisognose di interventi ginecologici, che si erano rivolte a medici diversi da lui per visite private, determinando con questo accentramento una lista di attesa – spesso arbitrariamente compilata in ritardo per evitare che si scoprisse il disservizio provocato – per la chirurgia ginecologica interminabile, che induceva le pazienti o a rivolgersi a lui quale medico privato o a rivolgersi ad altre strutture con attese che provocavano ingiustificate sofferenze».
Il primario deve anche rispondere di peculato in concorso con la sua collaboratrice, in quanto avrebbe «affidato" alla donna il telefono mobile aziendale, il cui costo era a carico della Asl, «affinché ne disponesse liberamente come fosse proprio». Nella precedente udienza si è difeso in aula rivendicando l'impeccabile organizzazione del reparto che dirige, negando l'esistenza di corsie preferenziali per i pazienti che si rivolgevano a lui come medico privato e assicurando di avere sempre operato in funzione delle classi di priorità stabilite dalle norme.
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