Peculato, D’Ambrosio condannato in appello a tre anni e mezzo

6 Aprile 2018

L’ex presidente dell’Ato è stato ritenuto colpevole  per l’uso improprio dell’auto di servizio e la laurea comprata

PESCARA. Si aggrava in appello, da 2 anni e 8 mesi di reclusione a 3 anni e 6 mesi, la condanna per peculato a carico dell’ex sindaco Giorgio D’Ambrosio, per aver utilizzato tra il 2006 e il 2007 l’auto di servizio e il telepass dell’Ato, l’Ambito territoriale ottimale numero 4 Pescarese dell’acqua, quando era presidente dell’ente, per andare a Roma a svolgere le sue funzioni di parlamentare a Montecitorio.
Le motivazioni della sentenza, emessa mercoledì sera, saranno pubblicate entro il 6 giugno.
La Corte d’appello ha confermato in toto la condanna di primo grado, riconoscendo in più D’Ambrosio colpevole anche per la vicenda della laurea in Economia e management che secondo l’accusa sarebbe stata comprata, con la complicità di un docente dell'università D'Annunzio, il professor Luigi Panzone.
Per il titolo accademico, per entrambi gli imputati è stata ribaltata la sentenza di assoluzione di primo grado. Il procedimento rientra nell’ambito della maxi inchiesta, che si è via via ridimensionata, per smantellare il cosiddetto partito dell’acqua.
In particolare, D’Ambrosio è ritenuto colpevole per 28 trasferte da Pescara a Roma con l’auto che l’Ato gli metteva a disposizione per il suo ruolo di presidente, per andare nella Capitale per attività che invece riguardavano la Camera dei deputati.
In quegli anni, D’Ambrosio era anche deputato dell’Ulivo prima, del Pd poi. Il processo per gli spostamenti a Montecitorio con la macchina dell’Ato, dal momento della condanna di primo grado a 2 anni e 8 mesi, che gli è stata inflitta a giugno 2016, è costato all’ex sindaco ed ex parlamentare il posto di lavoro al Comune di Pescara, dove è stato sospeso in attesa dell’ultimo grado di giudizio, e l’uscita dal consiglio comunale di Pianella.
In applicazione della legge Severino, infatti, un anno fa il prefetto di Pescara ha firmato il decreto di decadenza di D’Ambrosio dalla carica elettiva, che scatta già al primo grado di giudizio.
Adesso, con la sentenza d’appello che ha inasprito la pena a 3 anni e mezzo di reclusione, l’ex primo cittadino, seppur amareggiato, non si arrende e attende di conoscere le motivazioni che hanno determinato l’aggravamento della sua condanna, prima di fare ricorso in Cassazione.
«Non mi arrendo, che sia chiaro», afferma D’Ambrosio, «rispetto la sentenza, ma non la condivido, la ritengo abnorme e profondamente ingiusta. Abbiamo dimostrato che con quell’auto a Roma ci andavo anche per questioni che riguardavano l’Ato, ma non è servito a niente. A costo di vendermi la casa, andrò in Cassazione. Mi hanno accusato in questi anni di aver guadagnato dalla politica, ma la verità è che piuttosto ci ho rimesso. Penso di aver sempre fatto le cose con onestà e continuerò a fare politica fuori dalle istituzioni, sempre al servizio dei cittadini».
Con la condanna bis, decade anche qualsiasi ipotesi di candidatura di D’Ambrosio a sindaco di Pianella alle elezioni comunali del 10 giugno.
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