Penne, il gip archivia l’inchiesta su D’Alfonso

Nessuna corruzione per la vendita di un fondaco. Lui ora si sfoga, e oggi non andrà alla causa-M5S
L’AQUILA. «Non ci sono elementi sufficienti a sostenere l’accusa in gidizio». Sono bastate tre righe al procuratore dell’Aquila, Michele Renzo, per chiedere di archiviare una delle inchieste che hanno creato maggior clamore giudiziario intorno al governatore-senatore, Luciano D’Alfonso. E di parole ne sono servite ancora di meno al gip, Giuseppe Romano Gargarella, per accogliere la richiesta della procura dell’Aquila e chiudere il caso del fondaco di Penne su cui gravava un vincolo della Soprintendenza ai beni culturali che ne impediva la vendita.
LA STORIA. Luciano D’Alfonso era finito sott’accusa per una telefonata che gli investigatori definivano un’indebita pressione. Quella telefonata ci fu davvero. Ma non è un reato.
A più di un anno dal clamore mediatico e politico per i sequestri di atti negli uffici della Regione all’Aquila e l’inchiesta per corruzione che ha coinvolto D’Alfonso, il giudice per le indagini preliminari non ha avuto alcun dubbio a chiudere il caso perché «sono pienamente da condividere», si legge sull’atto di Gargarella, «le motivazioni proposte dal pubblico ministero».
D’Alfonso, in sintesi, non fece la telefonata a Roberto Orsatti, architetto della Soprintendenza ai beni culturali, con lo scopo di imporre il parere positivo che sarebbe servito al Comune di Penne per vendere un vecchio fondaco. Ma si limitò a chiedere di velocizzare la riunione della commissione che doveva esaminare la pratica ferma da mesi sotto un faldone di altre richieste. Né il governatore ottenne qualcosa in cambio dall’allora sindaco di Penne, il suo omonimo Rocco D’Alfonso.
EPPURE ACCADDE. Da quella telefonata però è scaturita l’inchiesta per corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, istigazione alla corruzione e abuso d'ufficio: reati pesanti contestati al presidente della Regione in concorso con altri due, nel filone d’indagine legato alla cessione del vecchio immobile del Comune di Penne inserito, a sua volta, nell’inchiesta più grande della procura della Repubblica dell'Aquila su appalti regionali. D’Alfonso, indagato con l'ex sindaco di Penne, impiegato a Pescara nello suo staff, qualche tempo fa ha comunicato a margine di una conferenza stampa su altri temi, la notizia sulla decisione della procura aquilana di chiedere l’archiviazione. L’epilogo della vicenda giudiziaria era infatti già passato ad aprile nelle mani del gip che infine ha deciso di archiviare.
CHE COSA DICE. «Sono soddisfatto e deluso», dichiara D’Alfonso, «sto mettendo insieme cultura istituzionale e competenza dedicata sul punto, di livello nazionale, per evitare che ogni accertamento di verità continui ad essere uno spettacolo per consumare inchiostro a chili, senza nessuna capacità di entrare nel merito. Nel caso di specie», conclude il governatore-senatore, «come sempre, la condotta assunta e giuridicizzata ha fatto riferimento ad un salvataggio finanziario e contabile del Comune di Penne».
QUALE INTERESSE. In parole semplici vuole dire che in quella telefonata c’era solo un interesse pubblico e non personale. La vendita dell’immobile assumeva un valore sostanziale per il Comune di Penne ed i cittadini perché avrebbe evitato lo sforamento del patto di stabilità con tutte le gravi conseguenza che ciò poteva determinare sulle finanze dell’ente.
RESTA A ROMA. E oggi D’Alfonso non chiederà il rinvio dell’udienza all’Aquila per la denuncia del M5S contro i suo doppio ruolo a Palazzo Madama e in Regione.
Gli estremi per un legittimo impedimento ci sono visto che è impegnato dalle 9,30 nella commissione Finanze e tesoro che dovrà decidere sulla proroga dei termini della fatturazione elettronica. Andrà direttamente a Roma senza passare per l’Aquila. (l.c.)

