Pensione, l’uscita flessibile passa da quota 100 a quota 102

16 Ottobre 2020

L’ipotesi allo studio: non più 62 anni e 38 di contributi, ma 64 anni e stesso numero di versamenti  Probabile l’estensione dell’Ape social, prevista la proroga per Opzione donna. In salita quota 41

L’AQUILA. In attesa di affrontare il dopo Quota 100, che terminerà il prossimo anno e non sarà rifinanziata, si va verso la proroga dell’Ape Sociale e dell’Opzione donna. La legge di bilancio 2021 dovrà inglobare – questa la richiesta dei sindacati – la conferma delle misure di accesso flessibile al pensionamento anticipato, prima del raggiungimento dell’età anagrafica di 67 anni attualmente previsto dalla legge Fornero.
In salita, invece, la strada per l'estensione di Quota 41, che consente di mandare in pensione con 41 anni di contribuzione, i lavoratori cosiddetti “fragili”: cardiopatici, malati oncologici e immunodepressi. Ma al centro della discussione ci sono anche altre tematiche, come la previdenza integrativa.
QUOTA 102. Al momento, appare la soluzione più probabile come alternativa a Quota 100 e consentirebbe di andare in pensione, dal 2022, a 64 anni di età e con 38 di contributi, raggiungendo la cosiddetta quota 102. Un meccanismo simile al precedente, con l’unica differenza dell’età anagrafica. Quota 102, infatti, permetterebbe di andare in pensione con 38 anni di contributi, ma a 64 anni di età e non più a 62. Altra differenza, il taglio dell'assegno, che oscillerà tra il 2,8% e il 3% del montante contributivo per ciascun anno necessario al raggiungimento dei requisiti di età previsti per la pensione di vecchiaia. Ad avere maggiori benefici sono coloro che hanno iniziato a lavorare intorno ai 25 anni, con anticipi di oltre tre anni. Secondo le elaborazioni di Progetica, l’anticipo di un anno di pensione porterà ad una riduzione dell’assegno di circa il 4%, che può arrivare fino al 15% in caso di anticipo di 3 anni e 8 mesi con Quota 102.
QUOTA 41. Altra possibilità, come detto, sarebbe quella della pensione anticipata con Quota 41, oggi riservata ai soli lavoratori precoci, coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del diciannovesimo anno di età e che devono appartenere a una categoria tutelata: caregiver, invalidi civili dal 74%, disoccupati di lungo corso, addetti ai lavori gravosi, usuranti e notturni. Il Governo sta valutando la possibilità di applicare la pensione anticipata anche ai lavoratori fragili e ai soggetti che non possono prestare attività lavorativa perché giudicati inidonei al lavoro.
APE SOCIAL ALLARGATA. La possibilità di andare in pensione a 63 anni con la cosiddetta Ape social potrebbe essere estesa anche ai “lavoratori fragili a rischio Covid” che, pur non essendo invalidi al 74%, soffrono di gravi patologie. Non solo. L' Ape social potrebbe essere estesa anche a disoccupati di lunga durata o a chi non ha diritto alla Naspi, l’indennità di disoccupazione. I sindacati chiedono di inserire anche i lavori gravosi, con una riduzione da 36 a 30 anni di contributi.
OPZIONE DONNA. In pensione a 58 e 59 anni, con penalizzazione. Verrà prorogato per tutto il 2021 il meccanismo che permette alle donne lavoratrici, sia dipendenti che autonome, di andare in pensione prima. In questo caso il calcolo dell'assegno avverrà con il metodo contributivo, meno vantaggioso di quello retributivo. Ne deriva una perdita della quota di pensione tra il 25 ed il 30%. La riapertura della “pensione anticipata rosa” definita Opzione donna, potrà essere finanziata dai risparmi ottenuti dalla differenza tra le risorse stanziate e quelle effettivamente utilizzate. Il Governo ha aperto, inoltre, alla possibilità di equiparare il part-time verticale a quello orizzontale ai fini previdenziali, e a semplificare il contratto di espansione per le aziende fino a 500 dipendenti.
PREVIDENZA INTEGRATIVA. Per i fondi pensione potrebbe inoltre essere previsto un nuovo semestre di silenzio-assenso, per fa decollare, una volta per tutte, la previdenza integrativa. Questa la procedura: entro sei mesi dalla prima assunzione, il lavoratore del settore privato deve decidere cosa fare del proprio trattamento di fine rapporto (Tfr): può destinarlo, in via definitiva, a una forma pensionistica complementare, compilando il modello Tfr2, oppure può accantonarlo in azienda, non aderendo ad alcuna forma di previdenza integrativa. La scelta della previdenza complementare è irrevocabile, mentre quella di lasciare il Tfr in azienda può essere modificata in ogni momento. In mancanza di una scelta esplicita da parte del lavoratore entra in vigore automaticamente il meccanismo del silenzio-assenso: il Tfr confluisce nel fondo pensione previsto dal contratto collettivo di lavoro o, in presenza di più fondi, in quello a cui è iscritto il maggior numero di dipendenti. In tal caso, il lavoratore aderisce tacitamente al fondo pensione. Ipotesi su cui il Governo e le parti sociali hanno aperto, da tempo, un'ampia e articolata discussione. L'accordo finale si avrà solo con l'approdo del testo ufficiale della legge di bilancio in Parlamento, previsto per l'inizio di novembre.
©RIPRODUZIONE RISERVATA