Per il lavoro contro le macchine

Nei primi anni dell’800 si sviluppò come difesa dell’occupazione
ROMA. Cosa accomuna i taxisti in protesta contro Uber, il film “The Avengers 2”, le analisi della società digitale del filosofo Byong Chul-Han e le posizioni sul mondo del lavoro di Susanna Camusso e Maurizio Landini? Un’accusa: quella di “luddismo”. Meglio, di “neoluddismo”.
L’originale, infatti, descrive un fenomeno sviluppatosi principalmente nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, tra il 1811 e il 1817. Qui lavoratori specializzati nel settore del tessile, organizzati in bande segrete, diedero vita a un tentativo di resistenza all’introduzione di macchinari che sostenevano avrebbero distrutto i loro posti di lavoro. Sotto la guida, così recita il mito, del “generale” Ned Ludd - che per la ricerca storiografica non sarebbe in realtà nemmeno esistito - decisero dunque di distruggere a loro volta i telai meccanici con azioni collettive e anonime che ricordano per certi versi movimenti di protesta attuale, a partire dall’hacktivismo di Anonymous. Nel tempo, tuttavia, il termine ha finito per rappresentare un generico atteggiamento di rigetto della tecnologia, legandosi a posizioni romantiche e passatiste che poco o nulla hanno a che vedere con le istanze dei luddisti delle origini.
Dagli anni 60 si è così strutturata la posizione “neo-luddista”, emersa dalla controcultura fino alla cultura di massa. Al punto di finire applicata al cinema come alla questione occupazionale, diventando una sorta di lasciapassare per equiparare ogni critica alla tecnica con un suo rifiuto in toto.

