Per il marito la vendetta è folle atto estremo d’amore

3 Febbraio 2017

VASTO. Vendetta, elaborazione del lutto, senso di ingiustizia e giustizia fai-da-te, sono i temi che ruotano attorno all’omicidio di Vasto. Il marito vedovo che si vendica, sparando e ammazzando il...

VASTO. Vendetta, elaborazione del lutto, senso di ingiustizia e giustizia fai-da-te, sono i temi che ruotano attorno all’omicidio di Vasto.

Il marito vedovo che si vendica, sparando e ammazzando il giovane che sette mesi prima ha investito e ucciso sua moglie. Giriamo alcune domande allo psichiatra Massimo Di Giannantonio, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl Lanciano-Vasto-Chieti.

È uccidendo il responsabile della morte della moglie che il marito, Fabio Di Lello, arriva ad elaborare il lutto?

«Nell’elaborazione del lutto è stata, di recente, introdotta la categoria del “lutto complicato”, la separazione, il dolore, il trauma, prendono la strada dell’elaborazione delirante. La sofferenza che per una persona è superabile nei tempi fisiologici, per un’altra entra nella dimensione della psicopatologia. I sintomi, nel caso del vedovo di Vasto, sono i comportamenti dell’omicida nelle settimane prima del delitto: la frequenza delle visite alla tomba della moglie, l’attenzione e l’eccitamento psichico a tutto quello che poteva concorrere, per lui, al rischio di non ricevere giustizia. In una dimensione psicopatologica l’elaborazione diventa persecuzione e percezione paranoica della realtà».

E a questo punto che scatta il desiderio di vendetta?

«I pensieri diventano: “me l’hanno ammazzata”, “il processo non colpirà il colpevole, che sarà perdonato”, la persona pensa che il dolore che prova non verrà mai risolto, quindi mette in atto il rito della vendetta, occhio per occhio dente per dente come nell’Antico Testamento».

La vendetta diventa un modo di farsi giustizia?

«La vendetta è la giustizia intesa in senso delirante. Se nessuno mi dà giustizia, me la faccio da me. È il tentativo delirante di costruirsi una giustizia fatta in casa. Non ottenendo altro che condannarsi a vita a fare il carcerato».

Ritiene che Di Lello abbia messo in conto questa evenienza?

«Certamente sì, l’ha messa in conto. La percezione della realtà e l’essere se stesso sono azzerati: vive nell’impossibile sogno di vendicare la moglie. In modo delirante pensa di essere l’unico a far rivivere il ricordo della moglie, l’unico che può occuparsi di tenere alta la sua memoria e quindi di farle giustizia».

A questo si riferisce l’immagine del gladiatore che ha scelto per il proprio profilo facebook?

«Di Lello si attribuisce il ruolo di duro e puro contro le forze soverchianti, i nemici, i traditori. Mette in atto la vendetta che è l’unica cosa che vede adeguata a compensare il suo lutto, il suo dolore. La vendetta, alla fine, è l’atto estremo d’amore verso sua moglie».

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