«Per la cassaforte ho preso solo 500 euro»

Il furto da 70mila euro alle Naiadi. L’ex custode risponde al giudice: «Non ho partecipato, ho indicato dove si trovava»
PESCARA. «Sapevo che avrebbero rubato la cassaforte, ma non c’entro niente con il furto. Ho solo detto dove stava e per questo mi hanno dato 500 euro». L’ex dipendente delle Naiadi Beniamino Di Renzo, il 48enne tra i tre arrestati dalla Mobile per il furto alle Naiadi di 70mila euro nella notte tra l’8 e il 9 dicembre scorsi, davanti al giudice Elio Bongrazio che l’ha interrogato dopo l’arresto, ha ribadito la ricostruzione fatta davanti ai poliziotti della Mobile durante la perquisizione domiciliare, ma ha tenuto a precisare due cose. La prima, che lui non ha partecipato al furto, ma si è limitato a informare Paolo Rave (il secondo dei tre arrestati) che alle Naiadi c’era la cassaforte e dove stava. La seconda, che non ha mai avuto i codici di accesso al sistema di allarme delle Naiadi perché non toccava a lui inserire l’allarme che la sera del furto non fu inserito. «Quella sera» ha precisato Di Renzo assistito dall’avvocato Gaetano Pedullà del foro di Lanciano, città dove vive Di Renzo, «io non c’ero proprio». Di Renzo è ripartito da qui per difendersi da quanto riferito proprio da Rave che davanti ai poliziotti aveva tirato in ballo lui e Davide D’Antonio indicandoli come i complici del furto e ribadendo che Di Renzo non solo gli aveva indicato dov’era la cassaforte, ma a lui e a D’Antonio quella sera aveva anche fornito il carrellino con cui portarla via dalle Naiadi dopo averla sradicata dal pavimento della reception.
«Quella sera non c’ero. Oggi il mio rammarico», ha detto davanti al gip Di Renzo, «è di non aver avvisato i titolari che volevano rubarla. Di questo sono mortificato, visto che mi avevano dato un lavoro e un posto dove dormire». Per il resto Di Renzo ha ricostruito quella giornata contraddicendo la versione fornita da Rave secondo cui il pomeriggio prima si sarebbero visti alla stazione vecchia lui Di Renzo e D’Antonio per poi andare nottetempo alle Naiadi. «Quel giorno c’erano delle partite alle Naiadi, e ho dovuto aspettare che finissero, per chiudere l’impianto e quando ho chiuso ho scritto un messaggio a Serraiocco dicendo “tutto a posto”. Ma intendevo che avevo chiuso, non che avevo inserito l’allarme. Poi sono andato a mangiare in un ristorante e verso mezzanotte sono tornato a dormire alle Naiadi. MI sentivo male, la mattina dopo verso le 10,30 sono tornato a Lanciano per andare dal medico, non a spartirmi il bottino». Da allora l’ex dipendente che ha anche precisato di non essere il custode ma un addetto alle pulizie della struttura, è assente per malattia dalle Naiadi dove, come denunciato dal presidente della Progetto Sport Vincenzo Serraiocco, i primi sospetti caddero proprio su di lui. A tirarlo ancora più dentro ci ha pensato Rave, il pescarese di 37 anni indicato da Di Renzo ai poliziotti della Mobile come autore del furto. Anche lui interrogato dal gip, assistito dall’avvocato Carlo Di Mascio (che ha chiesto una pena meno afflittiva dei domiciliari), Rave ha ammesso ancora le sue responsabilità, ribadendo però la complicità di D’Antonio (che Di Renzo ha detto di non aver mai visto) e di Di Renzo al quale, ha riferito ancora Rave al gip, lui e D’Antonio avrebbero dato 1.500 euro a testa dell’intero bottino spartito la mattina dopo a Santa Teresa di Spoltore dove avevano nascosto i 70mila euro. Soldi di cui si sono perse le tracce e di cui non ha saputo dire nulla neanche il terzo degli arrestati, D’Antonio. Assistito dall’avvocato Alessandro Orlando che si appresta a presentare ricorso al tribunale del Riesame, il 49enne di Pescara ha scelto il silenzio.
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