Per la pensione anticipata restano solo tre possibilità

30 Luglio 2023

Da Quota 103 prorogata nel 2024 a Quota 41 basata solo sui contributi versati C’è anche un’altra opzione (Quota 96) per superare la Fornero: dov’è l’intoppo

PESCARA. La riforma delle pensioni è un ostacolo che il governo non riesce a oltrepassare. Il problema è reperire i fondi per superare definitivamente, come promesso dal centrodestra in campagna elettorale, la legge Fornero. I sindacati chiedono maggiore flessibilità con possibilità di uscita a partire dai 62 anni oltre a una pensione di garanzia per i giovani. Ma il 26 luglio scorso l’esecutivo Meloni ha rimandato la discussione a settembre.
Quali e quante sono le ipotesi praticabili che, se reperiti i fondi necessari, potrebbero concretizzarsi con la prossima legge di Bilancio? In sintesi la risposta e tre. Partiamo dall’opzione Quota 103, che permette l’uscita dal lavoro con 41 anni di contributi e 62 anni ma sarà possibile solo fino al 31 dicembre 2023. L’eventuale proroga è al centro di una serrata trattativa tra i sindacati e il governo che però non prende una decisione.
L’alternativa che si avvicina di più a Quota 103 è Quota 41, un cavallo di battaglia della Lega durante la campagna elettorale per le politiche di un anno fa. L’uscita anticipata dal lavoro con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica, continua a restare tra gli obiettivi dell’esecutivo, ma il problema resta la copertura finanziaria. La misura, secondo l’Inps, costerebbe infatti oltre 4 miliardi il primo anno di attivazione, per raggiungere la cifra record di 75 miliardi in dieci anni (dati Inps). I conti quindi non tornano malgrado le promesse elettorali.
La terza ipotesi in campo è il ripristino di Quota 96, cancellata a suo tempo dalla legge Fornero, e pensata per riconoscere ai lavoratori con attività usuranti e gravose una maggiore flessibilità in uscita. Questa opzione prevede l’uscita dal lavoro con 61 anni d’età e 35 di contributi. Ma il tema resta lo spazio di manovra limitato del governo che deve ancora capire le risorse di finanza pubblica disponibili.
Le pensioni sono una voce che incide molto sulla spesa pubblica. Secondo gli ultimi dati resi pubblici dall’Osservatorio dell’Inps, nei primi sei mesi del 2023 l’Istituto ha erogato in Italia 370.136 nuove pensioni con decorrenza nel periodo con un calo consistente del 16,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Durante il quale i nuovi pensionati sono stati 853.842, per un importo medio mensile alla decorrenza di 1.180 euro. L’importo medio delle pensioni con decorrenza nei primi sei mesi del 2023 è stato invece di 1.168 euro.
Si registra un calo consistente anche per le pensioni anticipate con l’esaurimento di Quota 100 (nel 2021, ma alcune pensioni hanno avuto decorrenza nei primi mesi del 2022) e di Quota 102. Per i dipendenti pubblici nei primi sei mesi del 2023 sono state erogate 42.955 nuove pensioni anticipate a fronte delle 63.630 dei primi sei mesi del 2022 (-36,01%). Per i dipendenti privati si è registrato un calo delle anticipate dalle 71.987 dei primi sei mesi del 2022 alle 56.801 del primo semestre 2023 (-21,1%).
Ultimo capitolo, la pensione di garanzia per i giovani. Cgil, Cisl e Uil chiedono l’introduzione di un sussidio vero, non un’elemosina, a fronte di una prospettiva che vede gli anziani di domani condannati a un assegno prevideanziale irrisorio che deriverà ai giovani d’oggi da carriere discontinue e precariato per i quali, propongono i sindacati, servirebbe computare ai fini previdenziali anche i periodi di disoccupazione, formazione e basse retribuzioni. Ma anche in questo caso il governo non decide e rinvia a settembre.
Il nodo da sciogliere è che il sistema retributivo, con cui sono state liquidate le pensioni prima del 1995, prevedeva l’«integrazione al minimo». Quindi, per chi aveva un montante leggero, interveniva lo Stato integrando l’importo della pensione. Ma nel successivo sistema totalmente contributivo, risevato a chi ha cominciato il lavoro dopo il 1995, l’integrazione non c’è più con il lavoratore che prenderà esattamente quanto maturato.
Da qui la parte la proposta di Cgil, Cisl e Uil per la «creazione di una pensione contributiva di garanzia, collegata e graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi versati, che consideri e valorizzi anche i periodi di disoccupazione, di formazione e di basse retribuzioni per poter assicurare a tutti un assegno pensionistico dignitoso, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale». (l.c.)
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