Per Sevel non c’è futuro senza le strade

L’allarme della Cisl dopo la decisione di Psa di produrre 100mila furgoni in Polonia: «Le occasioni mancate della politica»
PESCARA. Un’unica strada, la Trignina, a servizio di un’area industriale strategica non solo per l’Abruzzo, ma di tutto il Centrosud. È la povertà infrastrutturale, materiale e immateriale, frutto di occasioni mancate, come quella del Campus dell’automotive pensato per l’Abruzzo e realizzato a Melfi, a preoccupare i sindacati dopo il “segnale” lanciato da Groupe Psa, che ha scelto lo stabilimento polacco di Gliwice per realizzare 100mila furgoni. Sì, perché la Sevel di Atessa «ha superato la sua capacità produttiva».
IL FUTURO FA PAURA. «Oggi è Psa, ma domani potrebbe essere Fiat», ha detto ieri Leo Malandra, segretario generale della Cisl Abruzzo-Molise, durante una conferenza stampa alla presenza di Domenico Bologna, Primiano Biscotti e Riccardo Gentile. Malandra ha invitato la politica, tutta, a porre rimedio. E non è solo un problema di dumping contrattuale tra l’Italia e altri Paesi europei, perché il costo del lavoro stavolta non c’entra niente, ha spiegato il sindacalista, visto che incide del 10-12% quanto piuttosto di competitività, legata alla mancanza di infrastrutture, servizi logistici e al costo dell’energia.
IL FUTURO FA PAURA. «Mi è capitato», ha detto, «di trovarmi con alcuni imprenditori che non riuscivano a telefonare per mancanza di copertura telefonica». Basta, ha detto Malandra, «di pensare alla politica solo in termini di consenso elettoralistico. Bisogna ragionare in termini prospettivi, di qui a 15-20 anni. Per questo chiediamo alla nuova giunta regionale di sedersi intorno a un tavolo, con il sindacato, e affrontare questo problema. Ricordiamo che le aziende perdono 800 euro per ogni furgone che non riesce a passare da Ortona».
LE INFRASTRUTTURE. A rincarare la dose è stato il segretario Fim Cisl, Bologna. «L’unico modo per trattenere la Sevel, ma anche Denso e Pinkilgton», ha detto, «è intervenire immediatamente sulle infrastrutture, sulle quali in Abruzzo non si investe un euro da 20 anni». Se da una parte, ha spiegato, «è sbagliato affermare che la Sevel stia delocalizzando», visto che era già nell’accordo che Psa producesse pezzi anche altrove, dall’altro «questa notizia pone una serie di preoccupazioni che impongono risposte immediate, sul piano delle infrastrutture, da parte della politica abruzzese, per evitare che ciò avvenga nei prossimi anni».
L’ACCORDO SI È RISTRETTO. Preoccupazioni, ha spiegato, che derivano dal numero considerevole di pezzi che saranno prodotti in Polonia, ma soprattutto dal fatto che è stata anticipata al 2023 la durata dell’accordo tra Fca e Psa, originariamente fissata al 2027. «Dopo il 2023», ha sottolineato Bologna, «nulla vieterà a Psa di ampliare la produzione in Polonia».
Circostanza che qualche ripercussione sulla Sevel potrebbe averla. Quando una fabbrica, ha detto il rappresentante dei metalmeccanici, è costretta a fermare la produzione perché non arriva la materia dal momento che l’unica strada è bloccata, qualche domanda la politica dovrebbe porsela.
NON BASTA LA PRIMA PIETRA. E si torna al nodo infrastrutture. «Da anni», hanno detto i due rappresentanti sindacali, «assistiamo alla posa della prima pietra per la nuova superstrada. Bisognerebbe che alla prima seguissero la seconda, e poi la terza, e tutte quelle che servono per completare le opere. Basti pensare», ha aggiunto Malandra, «che i bandi del Masterplan non hanno mai preso vita, considerando che solo il 30% dei lavori è in fase di progettazione e appena il 3% è stato cantierizzato».
IL CAMPUS PERDUTO. Per non parlare delle grandi occasioni perdute, come quella del Campus tecnologico, ha spiegato Bologna, per il quale erano « già acquistati i terreni a Mozzagrogna, e dove le aziende avrebbero potuto fare ricerca e innovazione ». A finanziare la struttura per il 50% sarebbero state Fca e Honda, ma il restante 50% spettava alla Regione. Il progetto è stato sul punto di partire «ma nel 2015», spiega ancora il sindacalista, «è stato definitivamente accantonato ed è finito a Melfi, in Basilicata, per la mancanza di interesse sia del centrodestra, sia del centrosinistra». Avrebbe creato 2-300 posti di lavoro diretti e molto qualificati, ma soprattutto sarebbe stato la spinta per le aziende a localizzarsi in Abruzzo.

