Perdite per 120 milioni e spese folli, nove indagati

5 Novembre 2015

La procura chiude l’inchiesta sul dissesto finanziario dell’azienda dell’acqua Contestati i reati di bancarotta e truffa: conti truccati per cene, rimborsi e premi

PESCARA. Sono nove gli indagati nell’inchiesta sui conti dell’Aca, l’Azienda consortile acquedottistica ammessa a concordato preventivo che ha accumulato passività per oltre 120 milioni di euro. Si tratta per lo più dei vertici di un tempo dell’Aca per i quali sono stati ipotizzati, a vario titolo, i reati di bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale, e truffa.

Gli indagati, ai quali è stato appena recapitato l’avviso di conclusione delle indagini del pm Anna Rita Mantini e del procuratore aggiunto Cristina Tedeschini, sono Ezio Di Cristoforo, ex presidente del consiglio di amministrazione dell’Aca, già arrestato nel 2013 nell’ambito di un’altra inchiesta da cui è nata questa, Giuseppe Di Michele, ex vice presidente e componente del Cda, Bartolomeo Di Giovanni, direttore generale dell’ente, Concetta Di Luzio, ex componente del cda, Candeloro Forestieri, ex direttore generale, e Gianfranco Stromei, Alberto Cerretani, Edoardo Tumini e Roberto Costantini, membri, effettivi o supplenti, del collegio sindacale.

In base a quanto emerso durante le indagini, affidate alla squadra mobile, lo scopo perseguito era di «recare pregiudizio ai creditori e di procurare a sé o agli altri un ingiusto profitto» e a tal fine sarebbero stati falsificati bilanci e scritture (quelli presi in considerazione riguardano gli esercizi 2009, 2010, 2011 e 2012). Di Cristoforo, Di Michele, Di Giovanni, Di Luzio e Forestieri avrebbero omesso «fraudolentemente di iscrivere consistenti componenti negative di reddito» o avrebbero indicato «maggiori proventi straordinari» rappresentando «falsamente utili di esercizio in realtà inesistenti»: tra il 2009 e il 2012 sono stati, cioè, dichiarati degli utili mentre in realtà le perdite andavano da 6 a dieci milioni di euro.

Tra le strategie seguite, i minori ammortamenti per le «immobilizzazioni materiali e immateriali» mentre per le «perdite su crediti» non sarebbero stati previsti accantonamenti adeguati. Inoltre sarebbero stati rilevati proventi straordinari «non di competenza dell’esercizio di iscrizione e comunque inesistenti» e sarebbe stato falsificato il libro assemblee dei soci. In particolare nel verbale di un’assemblea sarebbe stata simulata «l’approvazione di un regolamento di indennità di risultato degli amministratori», regolamento «inesistente e mai deliberato». Per la procura, chi guidava l’Aca avrebbe anche distratto «a proprio vantaggio e dissipato» le liquidità dell’Aca, destinandole a fini diversi da quelli aziendali, beneficiando di utili e rimborsi che «non avrebbero avuto fondamento».

Dopo aver fatto emergere utili «inesistenti», a Di Cristofaro sarebbero stati attribuiti, come indennità di risultato, 246 mila euro, a Di Michele circa 104 mila euro, a Di Luzio poco più di 11mila euro. Ci sono anche i rimborsi delle spese chilometriche «non dovuti»: quasi 31mila euro per Di Michele, solo 413 euro per Di Cristoforo e 137 euro per Di Luzio. A queste somme, percepite a danno dell’Aca, si aggiungono oltre 55 mila euro che sarebbero stati utilizzati da Di Cristoforo e Di Michele per spese di ristorazione e acquisto di cioè carni: somme «apparentemente erogate per finalità istituzionali, ma in realtà destinate a fini ludico - ricreativi e mai giustificate da alcun atto». Occultando «rilevantissime componenti negative di reddito», sarebbe stato causato e aggravato il dissesto della società e, nella gestione, sarebbe stata attuata una politica tariffaria «dissennata», parametrata a «risultati di bilancio fraudolenti» con assunzioni «clientelari», senza e «un’efficace ed efficiente azione di riscossione e recupero dei crediti derivanti dall’erogazione del servizio», pari a 77 milioni. I bilanci non sarebbero stati recapitati ai responsabili dell’ente d’ambito (Ato), tenuto a un controllo dei bilanci stessi, «ostacolando così le funzioni di vigilanza» dei soggetti preposti.

Per Stromei, Cerretani, Tumini e Costantini, in qualità di membri, effettivi o supplenti, del collegio sindacale, avrebbero omesso di approntare i «doverosi poteri» di controllo e di iniziativa imposti loro dalla legge.

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