Perse la barca nello scontro proprietario sotto processo

25 Luglio 2019

Per il consulente dell’accusa, l'armatore doveva dare la precedenza all’altro natante Ma nell’ultima udienza la deposizione del capitano di fregata parla di corresponsabilità 

PESCARA. Per quella collisione fra due imbarcazioni che si verificò davanti al porto turistico Marina di Pescara il primo novembre del 2015, che provocò l'affondamento di una delle due barche, in due finirono sotto inchiesta. il proprietario e conduttore del 12 metri sul quale si trovavano quattro persone che subì una falla irreparabile che lo fece affondare in pochi minuti, e il proprietario e conduttore dell’altra imbarcazione,  un 7 metri e mezzo.
I due però hanno avuto un percorso giudiziario diverso. Mentre il primo davanti al gup scelse la strada del rito ordinario finendo sotto processo, il secondo decise di discutere la vicenda allo stato degli atti con il rito abbreviato e venne assolto con la formula «perché il fatto non costituisce reato».
Oggi, dunque, sul banco degli imputati siede soltanto l'armatore del 12 metri, difeso dall'avvocato Vittorio Supino, che deve rispondere della violazione di alcuni articoli del codice della navigazione. «Per imperizia e negligenza», si legge nell’imputazione, «e per violazione delle regole del regolamento della navigazione, per non aver lasciato libera la rotta all’altro natante, in violazione dell’obbligo di dare la precedenza in presenza di vento proveniente da sinistra e di non aver predisposto il posizionamento di una persona di guardia/vedetta per la zona oscurata dalle vele durante la navigazione».
Nell’ultima udienza del processo la difesa ha cercato di smontare la consulenza del perito dell’accusa, sulla quale sostanzialmente si è basata la sentenza di assoluzione diel conduttore del 7 metri. Sergio Boghi, il perito, ha sostanzialmente riferito al tribunale di aver «rilevato una grossa falla al fianco destro della barca più grande e questo rappresenta una coincidenza importante perché è come se una macchina prende un dosso e va a sbattere contro un altro mezzo. Probabilmente», ha aggiunto il perito, «la Faliska non ha visto l’altra barca. La precedenza ce l’aveva quella piccola. È stato come se due auto si vengono incontro, nessuna delle due sa cosa fare ed entrambe fanno la stessa cosa. Era la barca grande che doveva fare la manovra. Non c’era vento importante. Fortuna che non è accaduto il contrario altrimenti qualcuno si poteva ammazzare. Può esserci una minima responsabilità della barca più piccola».
Stando alla consulenza del teste chiave, il conduttore del 7 metri non ebbe il tempo per azionare il sistema acustico. Ma la deposizione del capitano di fregata della Capitaneria di porto, Vincenzo Sacco, ha però riequilibrato un po’ le cose: ha infatti affermato che alla fine dell’istruttoria venne riconosciuta una sorta di corresponsabilità dei due natanti. Ha anche ribadito l’assenza della vedetta sulla barca più grande anche alla luce delle dichiarazioni che rilasciò lo stesso armatore quando affermò di non aver visto bene l’altro natante perché coperto dalle vele. Ma ha anche riferito che nessuna delle due imbarcazioni emise segnali sonori: dispositivi che, se attivati come da norma, avrebbero magari potuto evitare l’impatto.
Adesso bisognerà attendere il prossimo 12 settembre per terminare l’escussione dei testi e procedere con la discussione per arrivare alla sentenza. (m.c.)
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