«Persone ridotte a cose Così si uccide per niente»

13 Gennaio 2017

La sociologa Spedicato: la società non si può reggere su soldi e violenza

PESCARA. «La società è cambiata e, adesso, i rapporti personali avvengono tra individui assenti in cui l’altro viene ridotto a una cosa. E questo processo di reificazione è pericolosissimo perché le persone non sono più al centro della scena e, così, si compromettono le regole del vivere civile». Dietro i delitti ci sono sempre più spesso motivi banali e, dice la sociologa Eide Spedicato, accade perché «si stanno perdendo i principi fondamentali dell’Occidente. Gli elementi qualificativi dell’oggi sono l’individualismo spinto, in cui esiste solo il soggetto che si ritiene al centro dell’universo, e un relativismo spicciolo, in cui vale ogni cosa e il suo contrario mentre la società deve reggersi su norme precise».

Professoressa Spedicato, si uccide sempre più spesso per niente: perché?

«La società odierna ha cambiato fisionomia ed è diventata una rete che si traduce in tessuti sociali sempre più vulnerabili e con prospettive instabili. Questo produce uno sfilacciamento sociale fortissimo che provoca la compromissione dell’etica e del civismo. Anche la tragedia di Ferrara con un figlio che programma l’uccisione dei genitori la dice lunga su questo stato di cose. E i delitti avvengono sempre con maggiore frequenza: significa che le regole sociali sono saltate perché la società non ha più una struttura stabile, è come se si vivesse davanti a uno schermo cinematografico senza essere partecipi di quanto accade. Chi toglie la vita a un altro è come lo spettatore permanente di un film che non riguarda se stesso ma altri».

Dietro il delitto di Francavilla, c’è anche un retroterra di disperazione con un uomo senza lavoro che non riesce a pagare neanche affitti e bollette: la crisi incide?

«Se l’uomo è un animale sociale così come può essere altruista ed empatico può diventare violento e aggressivo nei confronti degli altri: noi siamo l’espressione dei condizionamenti sociali e, di certo, chi si trova in condizioni di precarietà non gode di una situazione di equilibrio e, per questo, potrebbe non riuscire a governare la sua intelligenza emotiva. Le emozioni, se non governate, possono sfociare in atti inconsulti. Non significa che sia colpa della società, però, i condizionamenti sociali negativi orientano i comportamenti. Mai come oggi si assiste a squilibri economici evidenti, all’indifferenza diffusa e al prevalere della cultura della diffidenza: l’Occidente sta perdendo le sue qualità. Tutti gli squilibri esistenti eliminano le persone ma non possiamo vivere con le macchine».

Quali sono le categorie più esposte?

«Sicuramente le categorie più disagiate ma non solo queste. Chi getta l’acido in faccia alla fidanzata, un gesto che esprime il dominio che ci si arroga sull’altro, non è solo l’indigente. A rischio sono anche quelle categorie che dispongono di competenze professionali alti».

Cosa dimostrano le tragedie in sequenza?

«Che la società senza regole, senza premi e senza sanzioni è un fallimento. I comportamenti innati si coniugano con quelli acquisiti ed è su questi che bisogna lavorare. Per esempio, i casi di bullismo: i primi colpevoli sono i genitori dei bulli. E poi c’è una violenza diffusa a tutti i livelli, a partire dai film. Di conseguenze, si percepisce la violenza come un fatto ordinario e ciò deforma l’assetto culturale che dovrebbe tendere alla socialità e non all’asocialità. Ora domina l’estetica della morte e non della vita».

Un quadro nero?

«È la realtà che orienta: prevale il soggetto che dice sempre io mentre dovrebbe prevalere una logica noicentrica: se al centro della scena sociale non c’è una lettura collettiva, va male».

La realtà è sempre più virtuale: i social network quanto influiscono?

«Hanno un ruolo pesantissimo: il rapporto per essere efficace deve essere fatto tra persone che si guardano negli occhi e non tra persone che comunicano attraverso un mezzo tecnologico che consente l’uso delle maschere. Ciò che si azzera è la capacità dialogica che si ottiene disconnettendosi dalla realtà virtuale mentre c’è bisogno di rapporti reali. L’eccessivo uso della tecnologica mediale è un danno per la comunicazione autentica».

C’è una via di uscita?

«Bisognerebbe proporre modelli educativi che orientino alla socialità. A scuola parliamo di formazione e competenza ma non parliamo di educazione e cioè di uno stile diretto verso regole certe e condivise. La società si è polverizzata. Per esempio, il piano degli affetti: manca il senso di responsabilità su cui si costruisce su un progetto collettivo».

Sembra una visione pessimistica?

«Secondo me abbiamo grattato il barile e, adesso, bisogna tornare fuori ma serve un progetto di società che tenga conto di tutti: nel ’68 si è combattuto nei confronti di una scuola che dava tanto a pochi mentre ora abbiamo una buona scuola che dà poco a tutti e questo significa non crescere ma mettere una toppa sulla realtà che avrebbe bisogno di una rivitalizzazione. Quanto più una persona conosce più può comprendere l’altro. Se non ricostruiamo un modello di vita che mette al centro l’uomo non si va da nessuna parte, mentre adesso contano solo il mercato e il successo. L’uomo che pensa solo a consumare non ha capito niente: non si può vivere arroccati nel proprio ambiente senza considerare ciò che c’è intorno. Magari si può ripartire dai quartieri a fronte dell’estraneità diffusissima».

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