Pescara, i resti umani trovati in mare potrebbero essere di un sub

26 Maggio 2016

Prime risposte dopo l’autopsia eseguita dal dottor Polidoro: il cadavere ha un'età tra i 40 e i 50 anni. L’esperto Garofano: «Esame decisivo per l’identificazione»

PESCARA. Due persone hanno chiesto di vedere il corpo ripescato una settimana fa a 30 chilometri dalla costa pescarese. Sono i familiari di due uomini scomparsi tragicamente in mare (ma non due marittimi), nei mesi scorsi, e mai più recuperate. Familiari che adesso sperano con tutte le loro forze di riuscire a riconoscere nei resti dell’uomo finito nella rete dell’armatore pescarese Antonino Camplone la sera di otto giorni fa, i tratti dei loro congiunti. Un riconoscimento che finora gli è stato negato perchè dei tratti somatici, su quel corpo ridotto a poco più di uno scheletro, purtroppo è rimasto ben poco, ma anche perché prima vanno completati tutti gli accertamenti e gli esami per acquisire più dettagli possibili per restringere il cerchio in vista della successiva comparazione del dna.

Per far questo è necessaria l’autopsia che ieri, su incarico conferito due giorni fa dal pm Silvia Santoro, ha eseguito il dottor Ildo Polidoro. Un esame lungo e dettagliato, durato oltre sei ore, durante il quale l’anatomopatologo ha eseguito tutta l’indagine radiografica, la misurazione antropometrica, ha acquisito il dna e tentato di isolare quel che restava delle impronte digitali dell’uomo che, almeno da una prima disamina, risulta avere tra i 40 e i 50 anni. Esiti che il medico riferirà in Procura, per risalire, tramite la comparazione dei dati ottenuti, primo fra tutti quello del Dna, al profilo che, tra gli scomparsi registrati nella banca dati della Questura, più si avvicina a quello. Per ora la Capitaneria di porto di Pescara, che dopo l’allarme dell’armatore ha recuperato il corpo la sera di mercoledì scorso, ma non si occupa delle indagini, riferisce di aver diffuso la notizia del ritrovamento anche alle altre Capitanerie della costa adriatica, con un occhio di riguardo al tratto a nord dell’Abruzzo.

Su questo tratto di mare, infatti, le correnti spingono verso sud ed è facile immaginare che il corpo sia stato spinto proprio da nord dove, secondo quanto riscontrato dalla Capitaneria pescarese nei mesi scorsi, di eventi tragici che hanno lasciato ancora dei dispersi in mare si sono verificati nel Ravennate e davanti alla costa anconetana.

Nel primo caso, avvenuto alla fine di dicembre del 2014, a circa tre miglia dalla costa di Ravenna, si scontrarono due mercantili battenti bandiera turca e del Belize, facendo due morti e quattro dispersi, mai più ritrovati. Nel secondo caso, davanti alla costa di Ancona, la tragedia è più recente, e risale ad agosto dell’anno scorso quando un sub originario di Fabriano, Alessandro Pandolfi, di 45 anni, non è più risalito dopo l’immersione a 15 miglia dalla riva, dove era andato a pesca con le bombole. Ma, come si diceva, per restringere il cerchio e andare a comparare il Dna con quello dei familiari degli scomparsi è decisivo l’esito dell’autopsia eseguita ieri. Un esame importante, come conferma e spiega, interpellato dal Centro, il generale dei carabinieri in congedo Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma (per cui si è occupato della strage di Erba, del serial killer Bilancia e del caso Cogne tanto per citarne alcuni dei più noti) e attualmente volto noto della Tv dov’è ospite fisso della trasmissione Mediaset Quarto grado.

«Con l’autopsia», spiega l’esperto, «si può stabilire, il sesso, l’altezza, la ragionevole età e tutta una serie di tratti caratterizzanti della persona, verificando, ad esempio, quello che è rimasto di protesi come quelle dentali. Dai caratteri somatici, se ce n’è la possibilità, si può stabilire anche la razza, ma dipende dallo stato di conservazione. E non è detto che, anche da un corpo mal conservato, non si possa risalire alle impronte digitali quando ancora c’è un po’ di tessuto, visto che le impronte stanno nel derma più profondo».

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