Pescara, il 27enne Maksym «Mio padre in prima linea»

25 Febbraio 2022

Il coraggio e le lacrime dello studente universitario: «Lui ha preso il fucile»

Sono le cinque del mattino. Maksym Vashak, studente ucraino di economia all’università D’Annunzio, viene svegliato da una telefonata improvvisa. Suo padre Dmitrij è a Leopoli, vuole dire a suo figlio che la Russia ha da poco cominciato l’invasione in Ucraina e che tra poche ore dovrà riprendere in mano il fucile.
La guerra è tornata a bussare alle porte dell’Europa e il vento del conflitto arriva fino in Abruzzo. Quando Dmitrij ha chiamato suo figlio, all’alba di giovedì, Maksym, che dal 2009 vive in Italia, non ha trattenuto le lacrime. «Mio padre aveva un’impresa di costruzioni in Ucraina», spiega Maksym, che ha 27 anni e studia Economia aziendale, «era il suo lavoro principale fino al 2015, ma dopo la guerra in Crimea, a cui lui aveva partecipato, ha deciso di arruolarsi tra i riservisti», cioè quel bacino di volontari, con esperienza militare, a cui l’Ucraina può attingere in caso di emergenza. Sono circa un milione i riservisti ucraini e Dmitrij Vashak è uno di questi. «I miei genitori sono divorziati», spiega Maksym, «mio padre vive a Leopoli, dove io sono nato, a circa 70 chilometri dal confine occidentale con la Polonia. Mia madre, invece, vive in Italia dal 1998».
Dmitrij Vashak tornerà ad imbracciare le armi contro i russi, come fece 8 anni fa. «Ieri mi ha detto che sarebbe partito a breve, lasciando documenti e oggetti di valore alla sua compagna. Già da ieri mio padre stava accogliendo in casa sua alcuni sfollati da altre città ucraine, come Odessa» tra le prime a svegliarsi con le bombe dei russi. La testimonianza di Maksym resta lucida, in un momento drammatico in cui prevale l’incertezza. «Sono preoccupato perché è difficile capire cosa accadrà nel mio Paese, ma non sono spaventato. Vorrei dare una mano alla mia Ucraina: sarei disposto a tornare anche ora, non necessariamente per combattere ma pure per donare il mio sangue a chi è ferito o dare una mano in qualche altro modo. Vorrei prendere la macchina e partire, ci avevo anche pensato, ma ora la situazione è davvero troppo caotica».
Maksym aveva pianificato il suo ritorno in Ucraina per i primi di marzo, ma la situazione di generale incertezza che aleggiava sul suo Paese da settimane lo aveva costretto a rivedere i piani. «Sarei dovuto tornare per un progetto legato alla mia tesi di laurea sull’allevamento dei gamberi (molto praticato dalle sue parti): ma ora non so cosa accadrà».
Maksym cerca di mettere da parte la paura, ma tra le generazioni più anziani, che hanno custodito nel cuore gli orrori di un Paese storicamente martoriato dalla guerra, la paura è la prima chiave di lettura al suono delle sirene per i bombardamenti. «Mia nonna ha 87 anni ed è terrorizzata: fu deportata in un gulag da giovanissima e ha negli occhi il terrore della guerra». La città di Leopoli è stata colpita dalla manovra di accerchiamento dei russi durante la giornata di ieri, così come l’aeroporto di Ivano-Frankivs'k, colpito da un missile nel pomeriggio, dove è nato Oleg Yakymiv, che vive in Abruzzo da anni e ha una piccola impresa edile che lavora tra Chieti e Pescara. «Mia nonna, mia suocera e mia cognata sono ancora in Ucraina», spiega Oleg, «ma ho parenti sparsi in tutto il Paese e i dipendenti della mia impresa edile sono tutti ucraini». Ieri mattina, Oleg ha parlato con la sorella di sua moglie che vive a Kiev. «Mi ha raccontato di aver sentito tremare i loro palazzi già dalle prime ore dell’alba». Era il richiamo della guerra che gli ucraini d’Abruzzo hanno avvertito a chilometri di distanza. «Ho una figlia di 8 anni», dice Oleg, «ma se ce ne fosse bisogno sarei pronto anche a prendere le armi per dare una mano al mio Paese. Se c’è da dare una mano, siamo tutti pronti a farlo».
Le due anime
degli ucraini abruzzesi
Gran parte della comunità ucraina abruzzese proviene da Donetsk, che da 8 anni è la capitale dell’omonima Repubblica separatista filo-russa. Un luogo ormai tristemente abituato a convivere con la guerra e la morte. «Mia nonna è sotto le bombe da 8 anni», spiega Yuliya Pokhytetska, 29 anni, che è nata a Donetsk ma vive e abita a Montesilvano dal 2007. «La sento tutti i giorni, è molto preoccupata e vive al centro di Donetsk. Lì, il conflitto va avanti dal 2014: sente gli spari ogni giorno e spesso la costringono anche ad evacuazioni improvvise». L’ansia e la paura tengono in scacco gli ucraini di quelle terre da 8 anni e l’aiuto che offre la Russia ai separatisti è solo di facciata. Nel 2014, quando scoppiò la guerra in Crimea, Yuliya, che ora è in dolce attesa, sarebbe dovuta rientrare in Ucraina, ma non ci riuscì proprio a causa del conflitto. Un anno dopo, suo nonno Volodymyr morì. «Vedere le immagini dei bombardamenti e non poter comunicare con mia madre, che è a Donetsk, mi ha fatto malissimo». Si stringe nell’emozione Oksana, che dal 2001 lavora come badante e vive a Cappelle sul Tavo. «L’Ucraina è scossa da una guerra civile da 8 anni, non da ieri: un conflitto che in parte ha diviso anche noi che viviamo molto lontani. Ho ricevuto un solo messaggio ieri da mia madre. Non ha voluto lasciare il Paese, ma ora la guerra è rientrata in casa sua».