Pescara, la città americana che non dormiva mai

17 Gennaio 2016

Vitalità, locali sempre aperti e strade che si indicavano con il nome dei negozi Tutto era possibile: anche che un ex commesso avesse ospiti come Senna

di Giuliano Di Tanna

«Domani vi porto a vedere una città americana». Mio padre non sapeva come consolare quei due figli (uno ero io) che non riuscivano a dimenticare la loro America. Così, una domenica di maggio del 1965, vidi per la prima volta Pescara, la città che sarebbe diventata mia, quella dove vivo da quasi mezzo secolo. Aveva ragione mio padre. Corso Vittorio Emanuele mi ricordava la Main Street della mia città perduta, Rochester. Non ebbi bisogno di leggere il Viaggio in Italia di Piovene per capire che questa era una città diversa dalle altre, in Abruzzo e forse in Italia.

Sì, lo so, si è ripetuto fino alla noia la storia della Pescara senza radici e senza tradizioni condivise. Città di immigrati, quando con questa parola ci si riferiva agli italiani, non agli stranieri. Ma è, per l’appunto, una storia. Pescara è come il test del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Chi pensa a cose come cultura, borghesia intellettuale, civiltà della conversazione, il bicchiere-Pescara lo vedrà sempre mezzo vuoto. Il bicchiere-città sarà, invece, mezzo pieno per chi bada ad altre cose: per esempio, a vitalità, apertura al diverso e al nuovo, gusto dell’azzardo e sfida del futuro. E’ proprio questa propensione a guardare in avanti più che indietro che caratterizzò il periodo che, da quella domenica di maggio in cui scoprii Corso Vittorio, arrivano fino a alla fine degli anni Ottanta. Sono gli anni che il Centro va raccontando attraverso le belle interviste di Simona De Leonardis; gli anni della città che, trainata anche dall’orgoglio per i successi della sua squadra di calcio, accetta di scommettere su se stessa, anche in maniera sgangherata, sì, ma vitale, senza remore eccessive. Infischiandosene di quanti, in Abruzzo, inarcando il sopracciglio, ricavavano dai loro pregiudizi un’equazione che suona come una sentenza inappellabile: pescaresi uguale zingari. Era la città che non dormiva mai, quella Pescara. La città dei locali – da Thomas al Cutty Sark – dove si poteva tirare tardi d’inverno come d’estate. Era la Pescara che si inventava il porto turistico, fra le critiche di molti, anche dei giovani cronisti della mia generazione. Era la Pescara in cui ex commessi come Gino Pilota potevano diventare, nel giro di pochi anni, il braccio destro di tycoon come Luciano Benetton, e trasformarsi in piccoli emiri locali che, in feste anche pacchiane, sì, esibivano ospiti da jet set come Ayrton Senna. Era la città dove un bancario appassionato di musica come Lucio Fumo si inventava il primo grande festival estivo europeo di jazz, quello che fece pronunciare il nome di Pescara anche a chi – da Duke Ellington a Eella Fitzgerald – non aveva mai letto le Novelle di D’Annunzio o assaggiato una fetta di Parrozzo.

Quella Pescara, oggi, è solo un luogo della memoria. Posti e nomi sono stati travolti dalla stessa vitalità che li aveva partoriti. Chi ha la mia età si diverte, a volte, a indicare un luogo della città con il nome del negozio, del locale che a esso erano legati, come in una formula alchemica, non mezzo secolo prima, ma dieci, venti, trent’anni fa. Chi ricorda, per esempio, che l’angolo fra via Chieti e corso Vittorio era «dove sta il negozio di Vittadello»?

A me capita ancora di dire «all’altezza della Dreher» per indicare un punto del corso dove c’era una volta una birreria per famiglie e giovani squattrinati. Solo la Bresciana e la Pizzeria del Liceo sono ancora al loro posto. Quando, oggi, passo lì davanti, mi sento ancora giovane come la mia città, con il futuro in tasca. E a volte mi capita di sorridere.

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