«Pescara? Una tarantella» Parola di Anconitano

15 Agosto 2017

Il re delle discoteche oggi organizza festival e fa l’imprenditore a Tenerife. «I locali sono finiti, ma quanto ho guadagnato. Un’estate comprai tre Porsche»

PESCARA. «Mia madre mi cacciò quasi di casa quando a vent’anni dissi che me ne andavo al Cocoricò, a Riccione. Ma uscii con una valigia di cartone e tornai a fine estate con una Porsche cabrio nera da cento milioni».
Alex Anconitano, pescarese della zona di Villa Fabio, oggi ha 44 anni, vive a Tenerife con Ana Lozano, regina del pilates alle Canarie, e fa l’imprenditore del divertimento. Niente più locali e discoteche a cui approdò per uno scherzo della vita dopo un diploma al Conservatorio in flauto dolce. Ma festival che organizza in giro per l’Italia e non solo.

Come il Summerland di fine luglio sulla spiaggia del Gargano, “I love music” di Francavilla in programma venerdì e sabato e quello, enorme, che sta organizzando a Jerez de la Frontera per l’inizio di maggio in concomitanza con il motomondiale.
«Non si guadagna più niente con le discoteche», dice. Eppure di locali e discoteche notturne Anconitano ne ha macinati a migliaia. Tutte le sere, tutte le notti da quando non aveva ancora vent’anni. «Ma non ho mai fatto il dj», precisa, «tutti lo pensano perché a 18,19 anni ho iniziato a muovere frotte di 3,4, 5 mila persone».
E invece che cosa faceva?
Direttore artistico e singer. Cantavo sui dischi quando non esisteva questo ruolo. Prendevo il microfono e firmavo la serata come un pittore firma la sua tela. A 21, 22 anni ero il più giovane e potente direttore artistico d’Italia. Guadagnavo cifre in una notte che il mio papà le guadagnava in cinque anni di lavoro. Mi chiamavano tutte le discoteche in giro per l’Italia e per ogni zona creavo un pool con i più grandi. Ballerine, dj come Coccoluto, dj Ralf. Avevo uno staff di animazione, con show e coreografie che smantellavo i locali.
Ci faccia qualche esempio.
All’inaugurazione dell’Ecu a Riccione, ho aperto con un quartetto di violini e pianoforti che la gente non ci ha capito niente. Oppure andavo nei circhi, a chiedere gli animali da portare in discoteca. E ce li ho portati. Al Parco dei cigni, a Pescara, inaugurai con due elefanti e una tigre. Ho conosciuto così Moira Orfei e con il figlio Stefano siamo stati amici per un sacco di anni. Ho buttato dentro le discoteche tutti gli spettacoli del circo. E poi trent’anni fa facevo già venire le cantanti americane a cantare con i dj. Ho iniziato a far muovere io i dj da Riccione, da Londra, dall’America. E ora i dj con le serate guadagnano 100 volte di più del proprietario di un locale. Ma mi piaceva stupire. Come con Tyson. Lo portai io alla chiusura del Parco dei Cigni, a Pescara.
La cosa più pazza?
Il party in the wood a Gamberale. Portare a ballare per 12 anni in mezzo al bosco per una festa diurna fino a 25mila persone la considero la cosa più pazza della mia vita. Si faceva tutto senza permessi. Arrivavi, montavamo il palco, attaccavamo il gruppo elettrogeno e si ballava. Arrivavano dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Spagna. È stata la festa più famosa d’Europa.
E perché è finita?
Perché non ero politico. Volevo solo fare festa. A 30 anni ho iniziato a incassare tanti tanti tanti soldi. All’epoca si incassava solo. Il mio non era considerato un lavoro. Poi ho aperto la partita Iva, ho iniziato a fatturare. A 23 anni vinsi l’Oscar delle discoteche italiane, me lo consegnò Federica Panicucci su Italia Uno. Sempre in quel periodo mi chiamarono per tre anni a Miami, al Winter seminary american conference, ci andavano i personaggi più forti. Rappresentavo l’Italia.
Come se lo spiega tanto successo?
Quando arrivai a Riccione ero uno pulito, un personaggio nuovo e ho operato subito a un livello artistico molto alto, con tutti i più grandi.
Dice che ha guadagnato tanti soldi. Ma tanti quanti?
In un’estate comprai cinque macchine, di cui tre Porsche e una Volvo T5. I soldi li buttavo, ne guadagnavo talmente tanti. E ci andavo in giro con i miei amici. Ma non mi sono mai drogato, mai bevuto. Anche se organizzavo serate da 12 ore consecutive, come all’Underground di Popoli, da mezzanotte a mezzogiorno. Ma non mi drogavo, non fumavo. Bevevo solo acqua.
Ha citato sui padre. Che lavoro faceva?
Segretario al Conservatorio. Nicola Anconitano.
E sua madre?
Adriana. Lavorava al Provveditorato agli studi. Due dipendenti statali. Per questo dopo una vita di rinunce per sostenermi al Conservatorio, per comprarmi gli strumenti, lei si arrabbiò tantissimo quando me ne uscii che andavo a lavorare a Riccione in discoteca. Ma poi lei e mio padre l’hanno capito. E mi hanno sempre appoggiato, anche nelle mie follie. E hanno collaborato con me occupandosi delle casse, degli ingressi. C’è sempre stata la mia famiglia.
Tanto soldi e anche tante donne. Quante?
È impossibile calcolarlo, chi mi conosce lo sa.
Almeno la prima, se la ricorda?
Sì, la figlia di Cantagallo, il negozio di abbigliamento. Sonia, si chiamava. Avevo 13 anni, ero timido timido. È dopo che mi sono impazzito. Entrai per la prima volta al Lenny con lei.
La sua prima volta in discoteca?
Sì. Sabato pomeriggio. Suonava Ivan Iacobucci, che aveva 15, 16 anni. Devo tanto a Ivan.
Ci racconti di quel pomeriggio.
Entrai ed ero talmente timido che mentre tutti ballavano io rimasi tutto il pomeriggio seduto. A guardare Ivan che suonava, prendeva il microfono, il tamburello. Era molto scenografico. E io pensavo, mamma mia quanto mi piace. Ma mi vergognavo ad alzarmi e ballare. È iniziato tutto da lì.
Poi come andò?
Andò che dopo sei mesi ero il pr numero 1 del Lenny, perché conobbi Ivan e, tramite lui, Andrea Potenza. Iniziarono a darmi un po’ di biglietti da vendere. E da solo ne vendevo 100, 200. Mi chiamarono il proprietario, Maurizio, e Massimo Candeloro. Mi presero sotto la loro ala protettrice e per due anni dirigevo il sabato pomeriggio. E quando facevi la porta, beh, là eri il numero uno perché decidevi chi entrava e chi no. Poi a 17 anni ho conosciuto Claudio Di Rocco, con lui iniziai a frequentare Riccione, a conoscere personaggi importanti della tendenza musicale che era l’house music. Perché tra l’89 e il ’90 Riccione era la Ibiza di adesso. Ibiza era hippy. E ho iniziato a fare le serate, a conoscere gente. L’estate la facevo a Riccione e l’inverno a Pescara ad aprire i locali. L’Underground a Popoli, il Fix house club, l’ex Caesar; l’Atlantide di San Benedetto che chiamai Vanilla, dove venivano tutti i pescaresi. Ero talmente forte che dove decidevo di aprire si spostavano due-tremila persone. Con il mio nome ero diventato un brand. Ero diventato direttore artistico senza sapere che era un lavoro. Ed ero più famoso dei dj. Mi vestivo con la pelliccia, tutte le tendenze le portavo qui. Da Londra, da Parigi, Ero estroso, molto avanti. Non me ne fregava di niente.
Più amato o più odiato?
In un paesino come Pescara vieni criticato e amato. Anche oggi sono straamato e straodiato, da gente che vorrebbe fare quello che faccio io.
Tra i tanti locali non ha citato il Niagara, che all’epoca andava fortissimo.
Ci ho lavorato. Dopo il Lenny passai alla domenica pomeriggio del Niagara come pr. Ma litigai con Pierluigi Tucci perché non mi considerava. Mi dava due consumazioni e tre ingressi e stop. E gli aprii il Fix di fronte, due-tremila paganti.
Ancora litigati?
No ci salutiamo. Sono amico del fratello, di Ezio.
Qualche slogan?
Tanti. Uno, ecco, dicevo al microfono “Prima o poi diventeremo tutti ricchi e famosi” e cinquemila persone lo ripetevano con me.
Non le manca?
Lasciai il Parco dei Cigni con Tyson ospite, perché quando ti ridà è un continuo rilanciare. È così anche ora. Sto per aprire il mio primo beach club a Tenerife, con un milionario catalano.
E Pescara?
Pescara non l’abbandono mai. La mia forza sono sempre stati i pescaresi e gli abruzzesi che mi hanno seguito ovunque.
A proposito di pescaresi. Un aggettivo.
Fighi. Li riconosci subito. Io sono pescarese.
Se dovesse paragonare Pescara a uno stile musicale?
La tarantella.

@RIPRODUZIONE RISERVATA