«Pescara? È bella, ma non è una città misericordiosa»

Mons. Tommaso Valentinetti racconta i primi due lustri alla guida della diocesi «C’è voglia di fare, ma tanta litigiosità». Parroci verso un ricambio generazionale
PESCARA. «Dieci anni fa mi sono sentito come il ciclista a cui viene affidata una bicicletta bella, di marca, al quale chi ha fabbricato la bicicletta ha detto “adesso pedala”. Ecco, in questi anni ho cercato di pedalare e spero di continuare a farlo: ho 63 anni, i vescovi vanno in pensione a 75». Il ciclista è l’arcivescovo Tommaso Valentinetti che proprio oggi festeggia il suo decimo anniversario alla guida dell’arcidiocesi Pescara-Penne. Una tappa, più che un traguardo, di un percorso iniziato quando la crisi economica non si conosceva ancora, così come i fenomeni migratori erano ancora lontani dai nostri territori. Insomma prima che la situazione diventasse complicata come è oggi. Dieci anni che l’arcivescovo sta “festeggiando” con le celebrazioni del Giubileo della Misericordia e che ha scelto di ripercorrere con il Centro.
Eccellenza, iniziamo dal presente: se li aspettava tutti quei fedeli, i vigili ne hanno contati circa diecimila, all’apertura della porta santa di san Cetteo, domenica scorsa?
Non me li aspettavo. È stata una manifestazione di fede tirata fuori dai meandri del cuore. Molta di questa affluenza è dovuta alla parola e all’impegno che Papa Francesco ci sta mettendo. Non credo che sia passata inosservata l’apertura della porta santa a Bangui, in un posto sperduto del Centro Africa. Ma domenica scorsa c’era tanta gente anche a Pescosansonesco, ha partecipato tutta la zona pastorale con i rispettivi sindaci.
Invece a Pescara i politici non si sono visti.
Io i politici non li ho invitati, non era una cerimonia istituzionale.
Questa è una città misericordiosa?
Non mi pare molto misericordiosa. È una bella città, ha l’odore della città che vuole crescere, ma è necessario che trovi le sinergie adatte per affrontare i problemi che ha, e ne ha parecchi. Dalla questione del porto all’inquinamento del fiume. La classe politica che ricordo io, nei decenni precedenti, riusciva a trovare le sinergie adatte anche se era di diversa estrazione. Cosa che oggi non si riesce a fare.
In questi dieci anni è migliorata o peggiorata Pescara?
Sotto certi aspetti c’è stato un tentativo di miglioramento, ma spesso frustrato, e le ripetute polemiche che si innescano su fatti irrilevanti non aiutano.
Non può essere l’arcivescovo a svolgere un ruolo di coesione?
I tempi sono cambiati, al tempo c’era monsignor Iannucci che aveva un ruolo unificatore quando l’arcivescovo era ascoltato. Ora l’arcivescovo parla solo ai suoi fedeli e certamente dà dei suggerimenti quando necessario. Per quel che mi compete, quando ricevo le autorità una parola la spendo, e mi auguro che lo facciano i miei parroci. Ma anche lì, le sinergie a livello pastorale qualche volta non girano come dovrebbero. Ma l’altra sera (a San Cetteo ndr) ho sperato in un salto di qualità perché ho visto i miei preti soddisfatti e contenti.
Quanti sono?
Centotrenta.
Il momento più bello e più brutto di questi dieci anni.
Senz’altro i primi momenti non sono stati facili, perché ho fatto parecchia fatica nella realtà delle fondazioni legate alla diocesi. Problemi abbastanza seri che hanno reso i primi due tre anni molto faticosi, stressanti. Poi ci siamo messi in cammino, ho trovato bravi collaboratori nella pastorale giovanile, nella pastorale della carità e nella pastorale familiare. Il grande cammino di questi ultimi anni ci ha dato tante soddisfazioni.
Il momento più bello?
La visita pastorale alle parrocchie.
A proposito di parrocchie, ci sono parecchi sacerdoti anziani. Prevede un ricambio generazionale?
Ci sarà il ricambio generazionale. Penso ad esempio alla chiesa del Sacro Cuore, mi piacerebbe trasformarla in un santuario a disposizione di chi passa in centro. Una chiesa sempre aperta per le confessioni e l’adorazione Eucaristica, da aggregare alla parrocchia di San Pietro, visto che sono vicine come bocca e naso.
È importante andare a messa?
È fonte e culmine della comunità cristiana. Da lì poi scaturiscono gli impegni importanti. La celebrazione domenicale è fondamentale.
Ma i pescaresi vanno a messa?
Rispettano la media nazionale, che è in diminuzione, anche se ci sono delle belle sacche di ripresa.
Qual è la comunità che le dà più soddisfazioni?
È una domanda pericolosa, perché rischio di fare torto a qualcuno, ma diciamo che la parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata, con don Valentino Iezzi, è diventata un bel centro aggregativo. In via Rio Sparto arrivano fedeli anche da fuori.
Quanti Papi ha conosciuto, come arcivescovo di Pescara?Due. Sono venuto qui con Benedetto XVI. È Benedetto che mi ha mandato qua, sapendolo e volendolo. Pochi giorni dopo la mia nomina un sacerdote andò in udienza in Vaticano e stringendo la mano a Papa Benedetto XVI lo ringraziò facendo riferimento al mio arrivo e il Papa gli rispose, “era necessario”. È un momento bello che dura.
Che rapporto ha con i laici?
Ho un buon consiglio pastorale diocesano, bravi collaboratori laici. Penso ad esempio al bravissimo docente responsabile dell’insegnamento religioso nelle scuole. La religione cattolica è un bagaglio culturale della nostra Italia: non è assimilabile alla catechesi in parrocchia, ma serve per capire come questa realtà ha inciso sulla nostra nazione e come si debba confrontare con le altre religioni. È questa la “mission”, per dirla con un termine di moda.
Qual è la situazione delle famiglie pescaresi?
Non è diversa dalla realtà delle famiglie italiane. Ma facendo le visite pastorali ho riscontrato una capacità di tenuta, e contrariamente a quanto si pensi, le zone più interne del territorio non sono scevre da problemi nelle famiglie.
I problemi più ricorrenti?
La questione legata alle convivenze, ai divorzi, ai matrimoni civili è un problema molto aperto nella vita pescarese. Ma noi offriamo grandi possibilità per il cammino di fede, a cominciare dai gruppi Samaria, gruppi di aiuto di tre anni per cercare di imparare a vivere un po’ più serenamente l’esperienza particolare della convivenza rispetto al matrimonio cristiano. Questo perché se Papa Francesco ci dovesse dare indicazioni di partecipazione all’Eucarestia per queste persone noi siamo già pronti per tutto il lavoro fatto. Perché sono persone che possono stare nella comunità parrocchiale, il Papa lo ha detto, non sono scomunicate.
In questi dieci anni è cresciuta anche la comunità musulmana, come vi rapportate con loro?
Ci dobbiamo misurare con loro, dobbiamo avere il coraggio di un cammino di integrazione, ma non riusciamo ancora a capire con chi fare il dialogo. Non c’è, da quello che sappiamo, un Imam e nemmeno un luogo ufficiale dove si trovano. Ma il problema è il fondamentalismo. Quello musulmano non è da condividere, ma neanche il fondamentalismo cattolico, quello che usa il crocefisso come una clava.
Il suo santo preferito?
Ah, senza dubbio Tommaso. Perché ne porto il nome e perché sono di Ortona, San Tommaso è il patrono e lì si conservano le sue reliquie. Ma soprattutto è il primo, nei Vangeli, a riconoscere e a dire “Tu sei il mio Signore, tu sei il mio Dio”, cosa che la chiesa cristiana ha proclamato dopo tre secoli. Ma su Ortona vorrei dire una cosa: come presidente della conferenza episcopale voglio dire che il dietrofront su Ombrina è stata una soddisfazione per noi, sempre se davvero il governo vuole fare questo passo indietro e se non c’è qualche trucco. La nostra idea su questo è sempre stata chiara e si rifà all’idea del Creato di cui parla Papa Francesco nella sua bellissima enciclica “Laudato sii”.
Quando ha deciso di farsi prete?
La mia storia vocazionale inizia da bambino, sono nato praticamente dentro la cattedrale di San Tommaso dove già a 4, 5, anni accompagnavo una vecchia zia cieca che viveva a casa con noi. Poi ho fatto il chierichetto, nel periodo dell’adolescenza ho avuto dei ripensamenti, più che naturali, e una volta risolti sono andato avanti. Mi ha ordinato il 25 giugno 1977 monsignor Leopoldo Teofilo di Atri, allora vescovo di Ortona.
Un’ultima domanda. Questo è il Giubileo della misericordia e della tenerezza. Che cos’è per lei la tenerezza?
È un atteggiamento del cuore e dell’anima che oggi dovremmo praticare tutti. Dovrebbero impararla i coniugi, e molti problemi potrebbero essere superati, ma anche chi ha delle responsabilità nella realtà umana. La tenerezza non è una debolezza, ma un modello per accostarsi agli altri.

