Pinelli ricorda: «Su quelle vette è morto mio fratello»

28 Dicembre 2019

TERAMO. Le parole si muovono tra le ferite perché nemmeno il tempo che passa può far dimenticare. Carlo Alberto Pinelli, 84 anni, alpinista di fama internazionale, regista e documentarista Rai con...

TERAMO. Le parole si muovono tra le ferite perché nemmeno il tempo che passa può far dimenticare. Carlo Alberto Pinelli, 84 anni, alpinista di fama internazionale, regista e documentarista Rai con immagini catturate sulle vette del mondo, tante volte ha scalato il Gran Sasso su cui nel 1965 è morto il fratello Pier Donigi. «È una ferita sempre aperta», dice raggiunto telefonicamente a Roma, «ma in montagna si può morire perché la montagna è severa».
Nel 1961 è stato il primo a scalare in invernale il Paretone. Tra gli anni sessanta e ottanta ha preso parte a otto spedizioni alpinistico-esplorative nell'Himalaya e nell'Hindu Kush, scalando varie vette vergini. Tra queste il Saraghrar Peak di 7350 metri, spedizione diretta da Fosco Maraini nel 1959. «Non si può generalizzare ma è vero che oggi spesso c’è una tendenza a pensare che la natura in generale, e la montagna in particolare, sia al servizio dell’uomo», dice, « bisogna vedere se la montagna è d’accordo. Per affrontarla, oggi come nel passato, ci vuole sempre tanta umiltà. Mai dimenticarsi che richiede preparazione e autonomia decisionale». Tra i fondatori dell’associazione Mountain Wilderness International, nel 1990 ha guidato la famosa spedizione ecologica “Free K2” che liberò la seconda vetta del pianeta da tonnellate di rifiuti e corde fisse abbandonati dalle precedenti spedizioni. Nel 2003 ha guidato la missione alpinistico-umanitaria “Oxus - Montagne per la pace” che ha riaperto le alte vallate dell’Hindu Kush afghano agli sport d’avventura e ha scalato nuovamente il monte Noshaq (7490 metri), la maggiore vetta dell’Afghanistan. «Il Gran Sasso è un piccolo gioiello dolomitico piovuto nel centro Italia di cui ogni alpinista è innamorato», continua, «non è il Monte Bianco e non è l’Himalaya ma resta una montagna dal grande fascino anche perché sa essere diversissima dall’estate all’inverno. In inverno il paesaggio si trasforma e la rapidità con cui il tempo può cambiare è un rischio. Le condizioni del Gran Sasso in inverno sono estremamente mutevoli e questo è un elemento in più che deve invitare a ponderare ogni aspetto».
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