Pinelli ricorda: «Su quelle vette è morto mio fratello»

TERAMO. Le parole si muovono tra le ferite perché nemmeno il tempo che passa può far dimenticare. Carlo Alberto Pinelli, 84 anni, alpinista di fama internazionale, regista e documentarista Rai con...
TERAMO. Le parole si muovono tra le ferite perché nemmeno il tempo che passa può far dimenticare. Carlo Alberto Pinelli, 84 anni, alpinista di fama internazionale, regista e documentarista Rai con immagini catturate sulle vette del mondo, tante volte ha scalato il Gran Sasso su cui nel 1965 è morto il fratello Pier Donigi. «È una ferita sempre aperta», dice raggiunto telefonicamente a Roma, «ma in montagna si può morire perché la montagna è severa».
Nel 1961 è stato il primo a scalare in invernale il Paretone. Tra gli anni sessanta e ottanta ha preso parte a otto spedizioni alpinistico-esplorative nell'Himalaya e nell'Hindu Kush, scalando varie vette vergini. Tra queste il Saraghrar Peak di 7350 metri, spedizione diretta da Fosco Maraini nel 1959. «Non si può generalizzare ma è vero che oggi spesso c’è una tendenza a pensare che la natura in generale, e la montagna in particolare, sia al servizio dell’uomo», dice, « bisogna vedere se la montagna è d’accordo. Per affrontarla, oggi come nel passato, ci vuole sempre tanta umiltà. Mai dimenticarsi che richiede preparazione e autonomia decisionale». Tra i fondatori dell’associazione Mountain Wilderness International, nel 1990 ha guidato la famosa spedizione ecologica “Free K2” che liberò la seconda vetta del pianeta da tonnellate di rifiuti e corde fisse abbandonati dalle precedenti spedizioni. Nel 2003 ha guidato la missione alpinistico-umanitaria “Oxus - Montagne per la pace” che ha riaperto le alte vallate dell’Hindu Kush afghano agli sport d’avventura e ha scalato nuovamente il monte Noshaq (7490 metri), la maggiore vetta dell’Afghanistan. «Il Gran Sasso è un piccolo gioiello dolomitico piovuto nel centro Italia di cui ogni alpinista è innamorato», continua, «non è il Monte Bianco e non è l’Himalaya ma resta una montagna dal grande fascino anche perché sa essere diversissima dall’estate all’inverno. In inverno il paesaggio si trasforma e la rapidità con cui il tempo può cambiare è un rischio. Le condizioni del Gran Sasso in inverno sono estremamente mutevoli e questo è un elemento in più che deve invitare a ponderare ogni aspetto».
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