Piscione sindaco del popolo: il ricordo in sala consiliare a 40 anni dalla sua elezione

foto di Giampiero Lattanzio

17 Ottobre 2026

“Assessore a tutto”, come ricorda D’Alfonso, e poi primo cittadino Dc per due anni. Inaugurò la stazione con Giovanni Galeone e accorpò le facoltà in viale Pindaro

PESCARA. «Papà era un uomo del popolo. Quando era sindaco il Comune era davvero la casa dei pescaresi, i corridoi e le sale erano pieni di gente in attesa, di ogni ceto sociale. Parlava con tutti e persino a me veniva di chiamarlo sindaco». Sono parole colme di gratitudine e rispetto quelle di Fabrizio Piscione, avvocato, figlio di Nevio Piscione, l’esponente della Democrazia Cristiana (passato nel 1990 nel partito socialista), sindaco di Pescara per soli due anni, dal 1986 al 1988, e però sufficienti per inaugurare la nuova stazione e la Nave di Cascella, di spostare le facoltà universitarie in viale Pindaro, di creare il laghetto alla Pineta, e di legare il suo nome al teatro Flaiano e al nuovo Tribunale. È morto il 14 aprile 2017, all’età di 80 anni, dopo una lunga malattia. Ieri pomeriggio, in Comune, il politico pescarese è stato ricordato nel convegno “Pescara nel cuore, 40 anni dalla sua elezione a sindaco” voluto dall'amico fraterno Domenico Di Carmine che ha moderato il dibattito, aperto dal presidente del Consiglio Marcello Antonelli, con gli interventi di Luciano D’Alfonso, Maurizio Acerbo, Domenico Marcozzi, Alberto Massignani, Nicolino Di Quinzio e N’duccio. Nato il 23 novembre 1936, dopo gli studi di ragioneria, tornato a Pescara da Chieti dove ha trascorso un periodo dell’adolescenza, Piscione aiutava lo zio Ulderico che aveva una pompa di benzina. Da giovanissimo militava «con il politico Ernani Patucca quando la politica ancora si faceva nei bar, nei circoli, nei quartieri», rimembra Fabrizio (gli altri figli di Nevio e Mafalda Apolloni sono Dino ed Emilio).

Poi la grande amicizia con Alberto Casalini, sindaco dal 1973 al 1985, «si sostenevano, ma quale braccio destro, mio padre alle elezioni fu più votato di lui». «Amava visceralmente Pescara», va avanti il figlio, «si è battuto con tutte le sue forze per portare l’università in viale Pindaro e avviare il nuovo Tribunale e immaginando anche il trasferimento della Corte d’appello, lottò con la classe politica aquilana che si mise di traverso, ha inaugurato la stazione centrale all’alba accompagnato da Giovanni Galeone e Bruno Pace; ha accorpato le sedi universitarie sparse per la città in viale Pindaro, ha voluto la pineta dannunziana col laghetto, (la zona dove risiedeva nell’ultima parte della sua vita, ndc), il teatro Flaiano e la Nave di Cascella, ha ottenuto dal presidente della Repubblica il riconoscimento di “Città di Pescara”, si è occupato persino della riparazione dell'orologio della torre civica che era sempre fermo. Questa iniziativa servirà a ricordare la sua eredità lasciata a Pescara».

«Che politico era? Ha attraverso diverse correnti, Fanfani, Forlani, Natali e Andreotti, ma non era un gaspariano. Di zio Remo diceva che pensava troppo agli affari del Chietino. Era amico di Piero D’Andreamatteo e Nino Sospiri. In campo sportivo aveva buoni rapporti con Vincenzo Marinelli. È stato mio padre a portare Pietro Scibilia nella Pescara calcio. A noi figli ha insegnato il rispetto, la gratitudine, l’educazione. Bastava su suo sguardo per capire come dovevamo comportarci».

Così lo ricorda l’onorevole Luciano D'Alfonso: «Nevio Piscione l’ho conosciuto nel pieno della Democrazia Cristiana, prima nella veste di “assessore a tutto” per la qualità delle deleghe, e poi di sindaco con la forza della sua estrazione sociale. Riassumeva la domanda di risolutezza che in quegli anni i pescaresi ponevano all’amministrazione comunale. Se lo dovessi raffigurare con un’immagine, Nevio Piscione si trovava più fuori degli uffici comunali che dentro. Battagliero fino a risultare incontenibile per le ragioni di Pescara nei confronti della Regione e ancora di più nel partito-istituzione, che è sempre stata la Dc del Novecento. Durante le riunioni della direzione provinciale del partito attivava un vero e proprio tiro alla fune, poiché l’esasperazione dei toni e degli argomenti gli consentiva la migliore mediazione finale. Si sentiva il capo delle decisioni per Pescara».

«L’uscita forzosa dalla politica», prosegue D'Alfonso facendo riferimento all’inchiesta che ne interruppe il mandato, «non gli ha impedito di continuare a vivere, e a vivere sereno a suo modo, riuscendo a coniugare l’amore per Pescara e la sua sorridente irriverenza per gli impacchettati della borghesia metropolitana vestita a festa. Da sindaco ululava contro le ipocrisie di certa borghesia dei privilegi e dei nascondimenti. L’interruzione forzosa della sua attività di decisore pubblico gli ha permesso di riflettere e di misurare ancora con più lucidità la plastica dei sorrisi di convenienza che circonda le posizioni personali di potere cittadino. Con questo spirito mi raccontò la delusione patita da un suo maestro di impegno politico ed amministrativo, Alberto Casalini che una volta gli raccomandò: “Nevio, alle serate dei parrucconi non ci andare: primo perché non c’è un voto e secondo perché chiedono solo privilegi, non avendo mai conosciuto il bisogno”».

Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista e all’epoca consigliere comunale: «Nevio Piscione è stato un sindaco del popolo, un personaggio politico profondamente pescarese che esprimeva l’anima popolare della nostra città con tutte le sue contraddizioni e con grande simpatia umana. Il consenso lo aveva costruito in rapporto costante con i problemi della gente comune e non temeva di scontrarsi e tenere testa a Remo Gaspari per difendere quelli che riteneva gli interessi di Pescara. Ha lasciato molte tracce nella nostra città pur avendo svolto un breve mandato da sindaco, dall’università di viale Pindaro alla nave di Cascella. Era un politico della cosiddetta “Prima Repubblica” che, per dirla con Checco Zalone, “non si scorda mai”. È stata il periodo di maggior progresso sociale, economico e anche civile del nostro paese. Noi comunisti combattevamo la Dc ma la competizione fino agli anni ’80 era nel rispondere ai bisogni della società, non a quelli dei mercati finanziari. I partiti avevano una larga base popolare e i rappresentanti istituzionali non erano nominati dall’alto, ma avevano avere un forte rapporto diretto con la società. Ho passato la gioventù a combattere contro la Dc e i suoi alleati, ma la Seconda Repubblica mi ha fatto molto rivalutare l’umanità di quelli che erano stati i nostri avversari. Credo che i suoi veri nemici li avesse nella Dc, mentre con l’opposizione aveva solo avversari per i quali ha sempre avuto rispetto. Per anni, ritiratosi dalla politica attiva, Nevio mi telefonava spesso per incoraggiarmi nelle battaglie per la città che portavo avanti in consiglio comunale o regionale. E sempre ricordava con grande rispetto Nevio Felicetti, Fulvio Ranocchiaro, Giorgio Massarotti, Michele Ciafardini, Adriano Michetti e altri compagni che non ci sono più, come avversari leali. Era solito rivendicare il carattere popolare e democratico anche del clientelismo di un tempo e il comune impegno a favore dei ceti più umili che da democristiano condivideva con i comunisti. È stato giusto ricordare un pezzo di storia della nostra comunità».

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