«Più pulizia, meno cemento Ecco cosa serve a Pescara»

Valentinetti: il futuro della città passa per il rilancio del commercio e del porto E sui consigli dati al sindaco per la giunta: «Consultarmi è stato opportuno»
PESCARA. Pescara nel 2016, tra fragilità e sfide per il futuro. Il punto di vista è quello dell’arcivescovo Tommaso Valentinetti, nel giorno in cui la città celebra il santo patrono, San Cetteo. Guardando all’ultimo periodo, «ci sono», dice, «dei tentativi di crescita, finalizzati a portare la città a un livello accettabile, per quella che è la sfida dei nostri tempi». Ai problemi comuni ad altri centri si aggiungono, però, «quelli legati alla situazione locale, che andrebbero rimossi. Ma si fa una fatica non indifferente».
Quali sono i problemi principali, per lei?
«Sono quelli legati allo sviluppo, per ridare serenità e fiducia alla gente, a tutte le categorie. Mi riferisco ai lavoratori della realtà portuale, sia pescatori che operatori turistici, ai commercianti, visto che c’è un turn over di negozi che non giova alla vita di una città dall’identità commerciale, e alle difficoltà del settore industriale, che soffre».
Se potesse intervenire che cosa farebbe?
«Potenzierei la fascia commerciale, che ha un suo futuro. Pescara può diventare leader in Abruzzo ma anche la situazione portuale va affrontata in maniera seria e decisa.
Che contributo ha dato per la nuova giunta comunale?
«Non mi sono scandalizzato che il sindaco abbia sentito il bisogno di fare un rimpasto di giunta a metà percorso. E il fatto che sia stato interpellato il vescovo per il settore delle politiche sociali non mi scandalizza, non mi preoccupa e neppure mi lusinga. Essendo una parte molto importante nella vita di Pescara, poteva essere giusto chiedere un parere, considerato l’impegno della Caritas e quello sociale».
La scelta dell’assessore Allegrino è stata quella giusta?
«Questo non spetta a me dirlo, e non posso dire se sono soddisfatto o meno».
Ma lo dà un consiglio all’ assessore alle Politiche sociali?
«Di essere molto attenta alla realtà del welfare perché c’è bisogno di politiche di carattere sociale relative, ad esempio, al problema della casa, e poi c’è la questione dei barboni, da assistere. Ma l’elenco potrebbe essere lungo».
Aumenta la presenza degli stranieri, ma anche l’intolleranza. Come si crea una convivenza migliore?
«Il fenomeno migratorio non si può esaurire nel giro di poco, una pausa si prevede nel 2025. Abbiamo bisogno di conoscerci, di dialogare, di integrare e di trovare le strade per una convivenza pacifica e cordiale. Se queste persone arrivano qui è perché scappano dalla fame, dalla guerra, dall’inquinamento e da tante situazioni difficili che rendono la loro vita impossibile. Le migrazioni ci sono sempre state e non si può solo chiudere le porte perché prima o poi saranno sfondate in malo modo».
Come si è sviluppato qui l’anno della misericordia?
«Con tante iniziative, sia liturgiche spirituali che a livello diocesano, come quella del 22 ottobre, quando andrò a Roma in udienza dal Papa Francesco. Con me un gruppo di malati oncologici, persone in cura alla fondazione Papa Paolo VI, alcuni poveri che fanno capo alla fondazione Caritas e dei detenuti. Ci tufferemo in un gesto di carità e misericordia nei loro confronti».
Lei usa i social per parlare con la comunità. Ci crede?
«Abbiamo, in diocesi, un buonissimo settore delle comunicazioni sociali che cura Radio Speranza, strumento storico, e il giornale on line, La Porzione, più incisivo e molto visitato. Il web è usato da tanti, sarebbe un peccato di omissione far finta che non esiste».
Il suo interesse per l’ambiente come si riflette su Pescara?
«Abbiamo parecchi problemi: il mare, il fiume, i corsi d'acqua che arrivano al mare, i depuratori. Dobbiamo adeguarci ad essere una città che non inquina estendendo la raccolta differenziata a tutta la città, il più presto possibile. Sento parlare di opere pubbliche ma la priorità vera è l’ambiente, che dev’essere sano e salubre. Non abbiamo bisogno di altre colate di cemento, di grandi ponti e grandi strade ma di ecologia, pulizia e impegno, politico e individuale. L’educazione comincia dalla persona, anche nelle scuole».
Per celebrare San Cetteo, ci sarà alle 18,30 una messa in cattedrale che celebrerà con l’arcivescovo emerito di Palermo di fronte a tutti i parroci della diocesi. Che cosa dirà?
«In questo momento la chiesa e le diocesi devono incarnare l’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla capacità di una nuova evangelizzazione e quindi far arrivare il Vangelo a tutti, agli ultimi, ai poveri, ai lontani, ai peccatori, agli indecisi, ai superficiali».
E come si fa?
«Si deve testimoniare, avere il coraggio di dire, di parlare. E questo compito spetta non solo alla chiesa ma a tutti i fedeli che devono essere protagonisti di una nuova evangelizzazione».
Ci sono preti e frati che fanno incetta di fedeli. C’è un segreto?
«Alcuni vescovi e sacerdoti credono più nella dimensione istituzionale, altri hanno carismi particolari. Chi si sente particolarmente attratto o provocato dal carisma di quel sacerdote vive la sua fede in relazione a quella persona. L’importante è che il fine del cammino di fede non sia la persona, ma Gesù e la sua Chiesa».
Che ne pensa delle nozze gay e del divorzio breve?
«Non discuto se dal punto di vista legale sia giusto o meno avere degli istituti per regolarizzarli, è compito del legislatore. Per le nozze gay condivido lo sguardo del Papa. Moralmente non sono d’accordo, la mia fede non me lo consente, ma credo si debba avere un atteggiamento di attenzione e accoglienza per capire la vita dei gay, cosa portano nell’anima. E anche i divorziati hanno bisogno di essere accompagnati, accolti e capiti. Ma il divorzio ha minato la società a livello di famiglia».
Il suo voto al referendum?
«Il voto è segreto. Ma andrò, è un dovere esprimersi. Sono molto preoccupato di come se ne sta parlando perché le forze politiche stanno mettendo in risalto interessi partitici e non si è fatto il necessario per cercare delle convergenze sulla riforma».
Molti pescaresi ignorano la storia di San Cetteo. Chi era?
«Era un vescovo, vissuto nel terzo secolo e morto martire, un testimone di Gesù Cristo che spero proteggerà la città. Le circostanze della morte non sono chiare, ci sono delle leggende che lo raffigurano affogato nel fiume e altre che lo danno ucciso da una spada».
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