Portate in Italia come turiste e fatte prostituire: due condanne

Giunge a conclusione l’operazione della Mobile avviata nel 2016 grazie alle segnalazioni dei cittadini Due anni e 8 mesi, ed espulsione dall’Italia, per l’albanese detta “mamma”. Diciotto mesi a Squillace
PESCARA. Una costola dell’operazione “Mami”, coordinata dalla squadra mobile di Pescara contro l’ingresso illegale sul nostro territorio di donne straniere e lo sfruttamento della prostituzione da parte di un gruppo di albanesi, è giunta a conclusione con le ultime due condanne comminate dal collegio del tribunale di Pescara. Hajrije Rrushi, detta “mamma” (da qui il nome dell’intera operazione che prese le mosse nel 2016 e che portò ad una serie di 11 arresti), è stata condannata a 2 anni e 8 mesi di reclusione e per lei (assistita dall’avvocato Tullio Zampacorta) i giudici hanno disposto anche l’espulsione dal territorio dello Stato.
All’altro imputato, l'italiano Alberto Squillace (difeso dall'avvocatessa Daniela Cornelii), il tribunale ha comminato la pena di un anno e 6 mesi, eliminando l’aggravante che gli era stata contestata, con l’aggiunta di due anni di interdizione dai pubblici uffici, e la concessione della sospensione della pena: per entrambi, al termine della sua requisitoria, il pm Fabiana Rapino aveva chiesto una pena molto più alta, e cioè di 7 anni e mezzo di reclusione ciascuno. In questo stesso stralcio figuravano anche altri due albanesi, Endrit Gjella e Stela Shemlliu, che decisero di affrontare il rito abbreviato nel corso dell’udienza preliminare: per loro il gup Antonella Di Carlo decise per la condanna a 3 anni e 4 a mesi di reclusione a testa. Sentenza che venne immediatamente appellata dal difensore Tullio Zampacorta, ma che i giudici della Corte d’Appello dell’Aquila hanno confermato in pieno.
L’organizzazione, stando all’accusa, predisponeva ogni cosa per l’ingresso illegale in Italia di una serie di donne albanesi che sulla carta entravano quali turiste, ma che in realtà venivano avviate dall’organizzazione alla prostituzione. «Gjella», si legge nell’imputazione, «selezionava in Albania le donne da avviare in Italia e ne finanziava il trasporto con mezzi ordinari; Rrushi, che si trovava in Italia e in particolare a Lucca, predisponeva le dichiarazioni di ospitalità a garanzia del sostegno economico ed abitativo, in modo da superare i controlli di frontiera per le donne e lo stesso Gjella e, seguendo telefonicamente le fasi dello sfruttamento rafforzava il proposito criminoso dell'organizzazione».
Le accuse parlano infatti di associazione per delinquere finalizzata all’ingresso illegale in Italia delle donne albanesi e di sfruttamento della prostituzione. Squillace, invece, aveva fra le altre cose sottoscritto anche il contratto d’affitto dell’abitazione di via Valleverde a Pescara «luogo di svolgimento della prostituzione».
Una operazione che, come ebbe a sottolineare a suo tempo il questore di Pescara Francesco Gugliemo Misiti, fu «frutto di una capillare attività di controllo del territorio che ha prodotto gli effetti sperati, riuscendo così a sgominare una organizzazione che operava in alcune zone della città». Operazione riuscita anche per la fattiva collaborazione tra forze dell'ordine e un comitato di cittadini che fece le prime preziose segnalazioni.
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