«Potevo morire, volevano mozzarmi un orecchio»

Il 50enne: «Ho pagato 200mila dollari, finiti tutti i soldi pensavo di essere ucciso Continuerò a vivere qui, ma non vedo l’ora di tornare in visita in Abruzzo»
SULMONA. Barba incolta, canottiera, un po’ dimagrito, volto provato ma sorridente, per essere uscito vivo da una vicenda che resterà impressa per sempre nella sua mente: questa è l’immagine di Panfilo “Benny” Colonico appena liberato dai rapitori, immortalata dal personale del suo ristorante “Il Sabore mio” a Guayaquil, in Ecuador. Poche ore dopo, raggiunto in videochiamata, lo stesso Colonico ha raccontato al Centro i drammatici momenti vissuti.
Come è iniziato tutto?
«Mi trovavo nel mio ufficio nel ristorante quando è arrivata una moto. Due persone con la divisa della polizia sono entrate nel ristorante e, sotto la minaccia delle armi, mi hanno intimato di seguirli».
E dove l’hanno portata?
«Mi hanno fatto salire su un’auto e mi hanno portato in una casa. Il giorno dopo, sabato, in un altro edificio e domenica mi hanno spostato in una città diversa. Mi hanno quindi trasferito tre volte».
Come l’hanno trattata durante la prigionia?
«Devo dire che non sono stato maltrattato. Volevano continuamente soldi e per convincermi mi hanno minacciato di morte e di tagliarmi prima un orecchio, poi un dito se non li avessi accontentati. Così prima lunedì e poi martedì sono stati consegnati dei soldi. Non contenti sono tornati alla carica per avere più denaro dai contatti che avevo sul telefono. Poi, quando hanno visto che i soldi erano finiti, mi hanno rilasciato. Sono stato fortunato, perché in tante occasioni è successo che dopo aver preso soldi dagli imprenditori, i rapitori li hanno uccisi lo stesso».
Quanti soldi in totale ha dovuto pagare?
«Circa 200 mila dollari».
Qualcuno ha scritto che lei aveva debiti e che non pagava i dipendenti, insomma che non se la passava bene e che aveva un tenore di vita superiore alle sue possibilità. È vero?
«La gente è cattiva e quando non sa cosa fare si diverte a dire bugie. Per costruire questo ristorante, uno dei più grandi di Guayaquil e di tutto l’Ecuador, ci sono voluti soldi, soldi veri. Se non c’erano soldi veri non si poteva costruire, perché qui nessuno ti dà credito. Questi detrattori, se non sanno la verità, non devono parlare. Rovinare la reputazione a una persona che ha lavorato sempre onestamente non è una cosa bella».
Durante la sua prigionia ha ricevuto molta solidarietà soprattutto dai suoi dipendenti, tanto che hanno voluto tenere aperto il ristorante.
«Quando mi hanno rilasciato sono arrivati nel ristorante tutti i dipendenti, non mancava nessuno. Mi hanno abbracciato e hanno pianto con me. Anche se sono il proprietario, io non l’ho mai fatto pesare. Per loro sono prima di tutto un amico: quando lavoriamo, lavoriamo insieme, quando soffriamo, soffriamo insieme. Non mi sono mai posto come “il padrone”, sono stato sempre al loro livello. Se mangiamo un piatto di pasta, lo mangiamo sempre insieme».
Anche dall’Italia e dall’Abruzzo sono arrivati tanti messaggi di solidarietà.
«In questo momento voglio ringraziare tutti. Tutti gli emigranti come me alzano al cielo la bandiera italiana: è il nostro simbolo e il nostro vanto. Mi manca tanto Sulmona e presto voglio tornare per mangiare la carbonara e gli arrosticini».
Dopo questa brutta avventura il suo progetto di vita in Ecuador si ferma o andrà avanti?
«Io vado avanti e più forte di prima in Ecuador e dal prossimo anno anche in un altro Paese dell’America Latina. Sempre con sacrificio e amore».
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