Premio a D’Annunzio il primario-assessore che sfidò le cliniche

13 Maggio 2016

Riconoscimento allo scienziato che ha creato Cardiologia e che si dimise dall’incarico in Regione dopo solo un anno

PESCARA. Un premio - quello che verrà attribuito oggi a Tagliacozzo a Erminio D'Annunzio durante un congresso di cardiologi - non solo allo scienziato che dal nulla ha portato il reparto di cardiologia dell'ospedale di Pescara a essere uno dei più qualificati e importanti d'Italia, ma anche all'uomo che da anni si batte contro un sistema sanitario in cui «lo sperpero di denaro pubblico è imponente e la salute dei cittadini sacrificata sull'altare degli interessi personali».

Negli anni Settanta, nell'ospedale di Pescara Cardiologia non esisteva: era inglobata nella Medicina generale. Istituito il reparto, nel 1980, Erminio D'Annunzio, a 45 anni, ne diventa primario. E lo rimarrà per 25 anni.

«Quell'incarico», ricorda, «per me rappresentava non un punto di arrivo, ma di partenza. Mi sono subito adoperato per dotare il reparto di attrezzature d'avanguardia, grazie ai finanziamenti ottenuti dall'ex Casmez».

Così Pescara, per quanto riguardava la cardiologia, cessava di essere la Cenerentola d'Abruzzo. Rimaneva però il gap con Teramo e Chieti, che disponevano anche del reparto di cardiochirurgia. Il professor D'Annunzio ha fatto il diavolo a quattro per avere nel suo ospedale anche la Cardiochirurgia. Senza successo.

Ma non s'è dato per vinto. Sfruttando la vicinanza con Chieti, ha adottato una procedura che gli consentiva, nel caso si fosse reso necessario un intervento, di fare arrivare in men che non si dica il malato in sala operatoria. Una procedura da alcuni apertamente osteggiata.

«Mi si considerava un fuorilegge», confida il professor D'Annunzio, «in un congresso a Padova, un collega mi ha dato persino del delinquente. Oggi però», rileva con un pizzico di orgoglio, «quella procedura è accettata da tutte le associazioni cardiologiche nazionali e internazionali».

I meriti acquisiti come cardiologo e la popolarità, nel novembre del 2002, spalancarono a D'Annunzio le porte della Regione. Giovanni Pace lo chiamò a far parte della propria giunta, come assessore alla sanità. Il primario accettò, convinto che con lui la sanità abruzzese avrebbe voltato pagina. Si sbagliava. Poco dopo il suo insediamento, entrò in rotta di collisione con le cliniche private che chiedevano aumenti sulle tariffe e sulla quantificazione degli importi relativi alle prestazioni erogate.

I rapporti con i direttori delle Asl divenivano sempre più tesi. La goccia che fece traboccare il vaso fu il mancato accoglimento della sua richiesta di rimozione del direttore generale dell'assessorato. Dopo meno di un anno, il 10 ottobre 2003, D'Annunzio gettò la spugna. E tornò a fare il primario. Un'esperienza amara, quella dell'assessorato, che gli risulterà utile nella pubblicazione, qualche anno dopo, del libro "Sanità malata", Castelvecchi editore.

«Una sanità", osserva il professor D'Annunzio,«che spende più per sostenere strutture ospedaliere e case di cura private inefficienti che non per realizzare servizi territoriali, quali i distretti sanitari di base e l'assistenza domiciliare integrata».

Di quali cure avrebbe bisogno questa "sanità malata"?

«Innanzitutto, andrebbe assolutamente estromessa la politica dalle decisioni gestionali dei servizi che non le appartengono. I direttori generali devono essere nominati non dalla politica, ma da un comitato tecnico, designato dalle Asl, al quale rispondere del proprio operato. Serve poi una pianificazione razionale dei servizi, realizzando le strutture dove servono e facendo le convenzioni in base alle oggettive necessità».

Come combattere gli sprechi?

«Indicendo da parte di gruppi di Regioni gare unificate, per l'acquisto di materiale, su listini pubblici».

I medici non rischiano di essere condizionati dalle case farmaceutiche?

«Sì, da qui la necessità che lo Stato, tramite gli assessorati regionali, promuova corsi di aggiornamento e di formazione per i medici. Ciò per evitare che il medico sia lasciato totalmente in balia delle industrie farmaceutiche».

E' possibile contrastare il fenomeno della "medicina fai da te"?

«Certamente, se si educano i cittadini, attraverso una controinformazione pubblicitaria, a un uso corretto dei farmaci».

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