Processo al terrorista di Loreto «Addestrato per attentati suicidi»

30 Giugno 2021

Nella prima udienza in Corte d’Assise, a Chieti, presentati testi e documenti di entrambe le parti E nella lista dell’accusa spunta la testimone chiave: la moglie di un compagno di Stefano Costantini

LORETO APRUTINO. Si è aperto ieri, davanti ai giudici della Corte d’assise di Chieti, il processo al presunto terrorista islamico di origini abruzzesi, Stefano Costantini. L’uomo, 25 anni, venne arrestato il 19 gennaio scorso in Turchia dalla polizia italiana e da quella turca in un’operazione congiunta. Il processo era stato originariamente incardinato all’Aquila, ma poi, a seguito di una eccezione di incompetenza territoriale sollevata dal legale dell’imputato, l’avvocato Massimo Solari, venne deciso lo spostamento a Chieti, in quanto l’arresto venne formalizzato all’aeroporto di Pescara. E ieri c’è stata l’udienza di smistamento dove sono state presentate le liste di testi e documenti di accusa e difesa. Si tornerà in aula il 30 settembre, ma soltanto per il giuramento del consulente che dovrà effettuare la trascrizione delle intercettazioni telefoniche che riguardano la famiglia di Costantini, che vive a Loreto, tenuta sotto controllo dalla Digos. Poi si entrerà nel vivo del processo il 29 ottobre e bisognerà fare anche presto, in quanto a marzo del prossimo anno scadrà la misura cautelare di Costantini che potrebbe quindi tornare in libertà.
Stando alle indagini condotte dalla procura anti terrorismo del capoluogo adriatico e dalla Digos di Pescara, Costantini avrebbe fatto parte di un’organizzazione terroristica vicina a Al Quaeda, partecipando a combattimenti tra la Siria e l’Iraq, fra le fila dell’associazione di matrice islamica quale Jabhat Al Nusra, svolgendo attività di proselitismo sui social con il nome di Malahim Stefano. L’accusa è di associazione con finalità di terrorismo internazionale di matrice islamica e di istigazione a delinquere attraverso i social.
Ma ieri la pubblica accusa, presentando alla Corte la propria lista di testimoni, ha citato anche quella che potrebbe essere una sorta di testimone chiave contro l’imputato. Si tratterebbe della moglie di un compagno di Costantini, anche lui attivo in campo internazionale, che sarebbe anche l’amica dell’attuale moglie dell’imputato. La donna, Giulia Weber, che si sarebbe definita “consorella di credo della moglie di Costantini”, di origine tedesca, potrebbe riferire alla Corte elementi preziosi sul ruolo che avrebbe svolto l’imputato in quei territori di guerra. La teste, che venne a suo tempo interrogata come testimone nella causa in corso contro il marito (contro il quale si è rifiutata di testimoniare), avrebbe riferito alla polizia criminale della Confederazione elvetica che la sentiva per delega, che Costantini, in base a quanto gli riferiva il marito, frequentò un campo di addestramento per attentatori suicidi. Avrebbe riferito inoltre dell’equipaggiamento che il foreign fighter abruzzese aveva sempre con sè, e che comprendeva anche un kalashnikov che portava sempre a tracolla quando andava in battaglia e che si muoveva su mezzi, piuttosto grandi, che erano attrezzati con armi pesanti. Parlò del suo nome in codice, spiegandone il perché e soprattutto affermando di aver saputo dal marito che Costantini voleva morire come martire. Tutti argomenti che Costantini avrebbe sempre negato, addirittura scrivendo, dopo l’arresto, una lettera nella quale si dichiarava contrario alla guerra.
La conversione di Costantini arrivò quando era ancora minorenne e fu suo padre a segnalare la questione alle autorità svizzere dove viveva il ragazzo. Poi si trasferì in Siria.
La svolta nelle indagini arrivò nel 2020 mentre nei luoghi dove si trovava Costantini era in atto un’offensiva delle forze governative siriane. E quindi, temendo per le sorti della sua famiglia, avrebbe contattato rappresentanti del servizio per il contrasto al terrorismo esterno dell’Aise.
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