Processo Rigopiano: «La ferita si riapre»

18 Luglio 2019

Francesco D’Angelo, fratello del cameriere Gabriele, racconta le sue emozioni e le sue speranze dopo la prima udienza

PENNE. Rabbia ed emozione, speranze e voglia di giustizia. Sentimenti forti per i parenti delle vittime di Rigopiano e dei superstiti della tragedia che il 18 gennaio del 2017 portò alla morte 29 persone tra dipendenti e turisti del resort.
Martedì mattina si è ufficialmente aperto il processo-madre su Rigopiano. A distanza di due anni e mezzo dalla tragedia per i familiari delle vittime e per i superstiti è arrivato il momento di iniziare a vederci chiaro e accertare tutti gli eventuali responsabili. È stata solo la prima udienza davanti al gip Gianluca Sarandrea.
Una prima giornata di processo volata via nella verifica delle parti - imputati, parti offese e per le costituzioni di parte civile - ma che non ha lasciato indifferenti i protagonisti. L’udienza è stata aggiornata al 27 settembre prossimo. Molto emozionati i parenti delle vittime. Francesco D’Angelo, fratello di Gabriele, il cameriere del resort rimasto vittima della tragedia, racconta al Centro le sue sensazioni e i suoi pensieri.
Quali le emozioni provate entrando nell’aula dei maxi processo del tribunale di Pescara?
«Appena sono entrato in aula ho provato tanta amarezza e rabbia nel vedere solamente 7 dei 25 imputati presenti. Forse non hanno avuto il coraggio di guardarci negli occhi. Sapere che l’Inail si è costituita parte civile fa ancora più male, dopo che non ha riconosciuto la morte sul lavoro alla maggior parte dei ragazzi che lavoravano a Rigopiano, spero che il giudice Sarandrea respinga la loro richiesta il 27 settembre prossimo».
Cosa pensa delle intercettazioni e delle richieste di aiuto inascoltate di suo fratello?
«Le intercettazioni venute fuori sul telefono di Gabriele sono ancora una ferita aperta dentro al mio cuore. Sapere che la massima istituzione sul territorio ha occultato e depistato una chiamata di quasi 4 minuti, mi lascia solamente tanta rabbia e voglia di giustizia».
Suo fratello era un ragazzo impegnato nel sociale sempre pronto ad aiutare gli altri. Fa ancora più male sapere che non è stato aiutato quando aveva bisogno?
«Gabriele si prodigava in tutto, sia nella Croce Rossa e sia nell'ambito quotidiano con la sua massima disponibilità verso gli amici e la famiglia. Personalmente posso dire che mi aiutava in tutto, anche a livello economico, dandomi coraggio ad andare avanti, incoraggiandomi ogni volta che avevo problemi di salute. Non potrò mai dimenticare l'ultima volta che l'ho visto, io sdraiato sul letto dell’ospedale e lui affianco a me a farmi coraggio. É sempre stata una persona scrupolosa in tutto. Quel maledetto giorno delle persone non hanno saputo valutare la sua chiamata di aiuto, portandolo via da me e dai miei genitori. Gabriele, come ha detto mio cugino Massimo, è morto con il volontariato e il lavoro in mano».
A distanza di due anni con gli altri parenti delle vittime vi siete fatti forza a vicenda e vi siete costituiti in un comitato compatto. Cosa vi aspettate da questo processo?
«Noi del Comitato vittime Rigopiano siamo una grande famiglia, troviamo supporto l'uno con l'altro. Abbiamo avuto tanti momenti difficili ma siamo riusciti sempre ad andare avanti, senza mai piegarci. Ci aspettiamo che si riesca ad arrivare alla giustizia e che chi è stato responsabile delle morte di 29 innocenti paghi. Non so quando ci vorrà, ma so che io e gli altri parenti delle vittime continueremo a farci forza nella ricerca della verità e della giustizia per i nostri cari».